Enzo Di Mauro

Il tempo che non venne 

 

Pagine 148, formato 23 cm, € 14,00

anno di pubblicazione 2012, collana Arno n.13

ISBN 978-88-96971-08-6

 



Un libro che torna a riflettere su quel secolo grande e terribile che è stato il Novecento, un secolo che ha visto alternarsi o addirittura camminare insieme l’attesa e la sconfitta, il sangue e la gloria, la grandezza e la miseria. Per nomi e luoghi, nominati o solo allusi, passano le immagini degli scrittori che nutrirono il sogno di una comunità nuova (ad esempio Robert Walser) o di un compimento della storia all’insegna del materialismo messianico (Walter Benjamin) e poi dei combattenti, dei partigiani e dei miliziani che militarono da una parte sola della barricata, in difesa dell’umanesimo europeo e internazionalista.

Poi c’è il paesaggio italiano e le ombre dei poeti e degli autori amati visti come emblemi di una formidabile modernità che ancora abbaglia il presente, da Baudelaire a Nabokov, da Mandel’štam a Celan, da Durrell a Pasolini. E, infine, ci sono gli amici, i compagni di strada, i maestri più prossimi eppure già lontani, perduti.

 

Enzo Di Mauro è nato a Paternò, in provincia di Catania, nel 1955. Con Notturna (1987) ha vinto il premio Montale della giuria tecnica. Ha curato La parola innamorata (1978, con Giancarlo Pontiggia), Il giudice e il suo scriba. Narratori davanti alla legge (1998), Un capitano coraggioso. Il teatro di Ugo Margio (2009) e Destino e finitezza. Su Valerio Zurlini (2011, con Giancarlo Mancini). Del 1997 è Fenomenologia di Battiato (con le foto di Roberto Masotti). Il suo primo articolo risale al 1969, e da allora ha esercitato una ininterrotta attività pubblicistica per molte testate, tra cui «La Fiera letteraria», «La Gazzetta di Genova», «Il Globo», «Italia Oggi», «Paese sera», Radio popolare, «Liberazione», Radio Rai, «Diario», «Corriere della Sera», «Il Messaggero». Da parecchi anni svolge un intenso lavoro di cronista letterario per il quotidiano «il manifesto», che egli considera come la sua vera, unica casa. Vive tra Milano, Arona e Roma.

 
Affiorato dopo venticinque anni di silenzio, Il tempo che non venne è il secondo corpus di poesie – con Notturna, Campanotto (1987) – a essere raccolto in volume da Enzo Di Mauro.
Nel punto dove si ritira il Novecento, e comincia il libro, è bruciata ogni spinta di cambiamento, ai sogni di giustizia sociale la storia ha dato fin de non-recevoire; una luce radente schiaccia o dilunga le utopie. Contempla il mondo dalla sua possibile redenzione, «privi di fiato e di trombetta», un cerchio di angeli: questi amici fraterni dei perdigiorno hanno un’ala impigliata nella storia; sono camminanti solitari, «viaggiatori da fermo» o Belacqua accosciati al suolo, gli uguali dei poeti. Baudelaire, Walser, Pasolini e Porta, una corrente di puri spiriti attraversa il camposanto vasto dell’Europa. Alcuni nomi sono pronunciati a metà, altri non compaiono affatto e risuonano dentro una voce definitiva, sì che anche dopo i lampi politici e le invettive ruota sempre un perno, l’addio chiude su un’unica frase musicale in “lasciando”.
Però quante volte, nella piega dei fogli, ritorna la parola «futuro», in questo che pure è il territorio dell’elegia e del planh, tanto da poterne fare, per chi resta, un libro sul futuro: al di sopra di tutto, ilare e irreconciliabile, sembra di udire il segnavia nietzscheano: Naufragium feci, bene navigavi.
(Domenico Pinto)


 

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