Tribù a vento

Si tratta, è bene premetterlo subito agli amici che mi leggono presumibilmente per la prima volta, di sapori forti ancorché raffinati (la cucina responsabile degli approvvigionamenti è quella ricca e speziata dell’editore Lavieri, mistico “cuoco” campano assistito da “chef” di altissimo livello come Domenico Pinto; chi scrive è solamente un addetto di cucina in prova lasciato sbizzarrire); sapori, dicevo, che una volta assunti, anche semplicemente fiutati da lontano, conducono (mi veniva di scrivere “condannano”) l’incauto che vi si fosse accostato superficialmente, magari attratto e incuriosito dal nome inconsueto del sublime mangiarino, a vagare, “affatturato” dall’iniziazione, e ad attendere per chissà quanto tempo ancora, prima di poterne gustare di uguali in templi simili, purtroppo rari nel panorama editoriale del Bel Paese.

Brodo in Terza è sì una leccornia ma, come vedremo, anche e soprattutto per gli illustri personaggi che già per primi l’hanno in qualche modo inventato e poi diffuso al mondo esterefatto, una filosofia dell’approccio a testi “eletti”, ma pure a spassosità quotidiane meritevoli di commento, una “dottrina utilitaristica”, con biblioteca in cucina e laboratorio sperimentale in cantina, un modo speciale quindi di vivere e rapportarsi con l’arte del quotidiano e con quella degli artisti, più specificatamente con la letteratura contemporanea, oltre che coi fatti della vita, i cui sapori, purtroppo, variano molto spesso dallo sciapo di brodini dietetici all’urto di stomaco di salse riscaldate, ovvero la solita gnolla. Facile pensare, ad esempio a tetri tegamini bagnomaria di racconti, magari scritti in piazza da autori incitati come ciclisti al Giro (cose da lasciare a pittori itineranti, appostati con coppola e pennelli in luoghi ameni di transito turisti), o ad incomprensibili versi di struggimento interiore per amori incorrisposti, invariabilmente a beneficio di pro-loco e di giornali di provincia coi loro “scoop” estivi, presentati come grandi eventi culturali, graziati col buon prezzo praticato da stelline di passaggio, tra una sfilata d’alta moda ed un filmino d’esordienti ragazzini in superotto. Non parliamo poi del proliferare di sedicenti giallisti e scrittori “impegnati” nel promuovere il tedio più assoluto (siamo forse ai sassolini nella scarpa di chiunque, e anche in quelle mie, quasi rotte nella rissa), dove poveri rottami imbarbariti dall’ingiustizia producono misfatti, mentre commissari (affibiargli un nome adatto è già un’impresa) e vittime d’omicidi efferati, gli uni perso il conto degli altri nella rincorsa al misterioso assassino o psicotico di turno, non sanno più cosa inventare per diversificarsi da colleghi più famosi e rendersi credibili, trascinandosi sfiniti al termine della storia, rivoltata e ricucita con ritagli e scampoli di trame tutte uguali all’apparenza. Creatori e creature, che poi - sempre salvi gli autentici maestri -, non disponendo a sufficienza di vena o di filoni narrativi, specie se molto giovani e moltissimo ambiziosi, possono sempre farsi largo insegnando ad altri, attraverso l’arte del mimo, il mestiere di scrittori e quello di indagare, elencando regole e trucchi per la stesura di romanzi e raccontini. Ecco, direi che qui, salvo rare eccezioni, siamo al Brodo in prima, ossia, tradotto in linguaggio da cucina, all’acquetta torbida che sa di carne ancora cruda e piume di gallina con sentore d’interiora. Un rapido consiglio: non bere quella roba; meglio attendere, forse c’è del buono in vista: si sente un profumino spirare, ad esempio, da Mesagne, da Sant’Angelo in Formis e dintorni, che credo lasci ben sperare.

Un balzo avanti e un poco si migliora. Già si passa al glutammato, all’insaporitore industriale, al dado in polvere con paletta incorporata, accusati d’ogni sorta di misfatti, salati quanto basta, forse troppo, miracolosi, pare, secondo alcuni, per la cura dei disturbi d’attenzione dei bambini afflitti da ritardi evolutivi, con difficoltà di apprendimento. Qui, il dado, insomma, è il libro fatto senz’infamia e senza lode, da aprire e da leggere d’un fiato così come si trova, da gettare in pentola nello schiumone immediato di reazioni alimentari contenute, seppur capaci di consenso e suggestione. Il più delle volte non impegna, anzi, impigrisce, si guarda bene dallo spremere meningi temute delicate sotto sforzo, in ossequio al diritto del lettore, in pantofole da letto e vestaglia caffelatte, a divertirsi al sicuro, nel limbo rassicurante di una “terra di mezzo” che non fa storie per l’ingresso di nessuno. Il delitto, il mostro, un po’ d’orrore, una notte cupa, un’alba livida, un’anima intrepida, i cattivi consorziati per spegnerne gli ardori missionari, se occorre una ninfomane e turpi amori, tanto per girare l’acqua cheta, immettendovi piranha. Una riga, una riga e mezzo, e il punto. Un’altra riga, un altro punto, rari i punto e virgola, rarissimi i due punti. Infatti, questi segni, in uso ad aguzzini rompitasche, interrompono la quiete, allarmano e scombussolano la bonaccia narrativa, ribaltano l’amaca del dormiente, costringendolo a un esame più accurato degli agganci, a vigilare sui passaggi e sui raccordi. Non parliamo poi di parentesi e trattini, brevi e lunghi per gli incisi e le pause d’effetto che, malamente interpretati, disattesi nelle soste del fiato e della voce, conducono a figure barbine con se stessi, a drammi esistenziali, specialmente in presenza di qualcuno, segnalante il delitto perpetrato con colpetti di tosse stizzita e sorrisi trattenuti con mani sulla bocca. Chiaro il concetto, chiara la storia, esemplarmente sintetica l’esposizione del pensiero, impeccabile l’intreccio e l’incastro dei pezzi narrativi (mi limito prudentemente ad aleggiare basso unicamente sulla prosa, mia musa un po’ imbronciata per gli scarsi mezzi che ho fornito alla sua vena) di case popolari presentate come regge. Poi, ecco, salvifica, illuminante, autorevole, spogliata d’ogni traccia di carnale sconvenienza, la parolaccia attesa - riserva nazionale in ogni caso d’emergenza descrittiva -, capace, da sola, di esprimere la ricchezza di commenti pur complessi e multilingue, a volte pro e a volte contro un certo assunto, dove proprio non ce n’era di bisogno (perché quanno ce vò, ce vò), generalmente preceduta da culo e palle (queste ultime, con relative versioni maggiormente raffinate), preludio al cazzo ormai onnipresente, a scapito dell’equiparabile pari grado femminile, umiliato alla grande, per troppo tempo proposto e vagheggiato a minorenni brufoloni, ormai venuto a noia nei costrutti di libido turbate. Povera verga dappertutto intrufolata, incaricata d’ingravidare, alla monta letteraria, pagine e pagine diversamente perse, asessuate, sminuite, esangui come glicini invertebrati privati di sostegno lungo i muri. Così nobilitato tutto il testo, la cattura del lettore meno “armato” è cosa fatta, e l’interesse, qualora appisolato, ecco, per incanto riprendere portanza e consistenza. La catena di montaggio ha partorito alla fine il suo prodotto, la materia grigia si rilassa, e gli emisferi cerebrali, in stand-by per risparmio esistenziale, richiudendosi a lumaca con l’opercolo di guardia, dormono sereni il sonno senza scosse di wagon light piombati dall’esterno. Un passaggio in coda ad un telegiornale, nello spazio programmato per gli amici (quanti affanni per arrivare a quella cornucopia), a una rubrica, a un polpettone culturale, a un quiz a premi, all’esibizione di ex qualcosa; gli autori sudaticci, col libretto appena uscito sotto il braccio; una breve intervista concordata, la giusta luce sulla faccia dell’artista, magari già noto per cronache mondane, un applauso forzato ad un segnale, e la corsa al nuovo libro diventa assicurata. All’indomani, le vetrine blasonate in Piazza Grande grideranno al fenomeno del giorno, e il giorno dopo ancora guai a non aver letto l’opera divina, pena l’esclusione dai salotti, dai convegni letterari su tv locali, intermezzati da spot di pentole a pressione e prestiti per tutti, ancorché con qualche problemino d’insolvenza sulle rate. Di Brodo in seconda, dunque, chiaramente si tratta; se ne può benissimamente fare a meno, ma assumendolo si rischia d’uniformarsi a un certo gusto di vinelli dalla forza moderata. Qualora interrogati, però, occorre dire, almeno, se non di aver letto il fenomeno del giorno per impegni comprovati, di averlo comunque in lista d’acquisto e di volerselo gustare nel fine settimana. L’opera essenziale può servire per un pasto al posto di un hamburger o di una coca con patatine fritte in litri d’olio, finito dritto dritto nell’adipe dei fianchi. Molto spesso sorprendente l’estetica e l’ascetica della parola usata, la musicalità dell’intera costruzione, la resa di un’immagine fumosa lasciata al caso, al gusto del lettore, col rischio di portarlo fuori strada, lasciandolo da solo nell’ora del bisogno. Qui si potrebbe davvero discutere per ore.

Ma sul Brodo in Terza in quanto tale - finalmente ci siamo; era ora, direte - occorre doverosamente procedere con ordine, per evitare apoplettiche suggestioni ed eccessive aspettative di cucina ai nostri amici, che spero di avere un poco incuriosito, nonostante la mia prosa un po’ contorta (ma tutti sono capaci di farsi capire facilmente, e che gusto c’è a scalare un collinetta medio-bassa con ramponi e chiodi di cordata, quando a mani nude ci si può misurare in ripida parete, dove un passo falso produce adrenalina pura e stimola l’ascesa?).

Dunque, per l’aurea ricetta: si prenda un pollo, no, anzi, una gallina; jamais, come sostengono taluni, un cappone, per l’ambiguità delle sue carni eunuche in esito ad interventi contro natura inflitti alle bestiole, burrose e flosce da evirati guardiani di fanciulle schiave, nel Medio Oriente, si spera, d’altri tempi. Indi, come suggeriva Vittorina da Gropparello, la cuoca prediletta di Bruno Cassinari ed Ernesto Treccani, di Mario Soldati, di Gianni Brera e molti altri nomi noti, testimoni di una mitica, genuina, pingue Padania ormai scomparsa, ed infine più modestamente di Maurizio Rossi che vi intrattiene con questo “editoriale” (piuttosto, ci siete ancora; non mi farete il torto di fuggire sul più bello, eh?), arrivato a quei convegni appena in tempo per parlarne, si passa ad altre carni occorrenti al nostro intento. Riprendiamo la ricetta. Dopo la gallina - non troppo vecchia per la durezza delle carni, non troppo giovane, onde non commettere la colpa di sopprimere una promessa concubina al traguardo virginale dello sposo e delle uova - opportunamente spennata, pulita, fiammeggiata e svuotata a dovere, foderata a pompa con ripieno stagno di parmigiano, pangrattato, trito d’aglio, prezzemolo e fegatini - pepe e sale quanto basta -, chiuso il tutto agli orifizi con ago e filo per cucire, ecco il momento di immergere, nella pentola capiente, polpa di manzo d’un paio d’anni almeno; polpa, ma pure un osso ci vorrebbe, per la gustosità delle midolla, di nervi e cartilagini di rotule e di stinchi; corsa e movimento, agilità e resistenza della bestia nei travagli campagnoli, infuse ai commensali, quasi in un rito per assumere doti tribali di nemici vinti. Poscia, le costine. Costine di maiale, maiale di collina affezionato ai suoi sicari, tradito dalle mani stesse che l’avevano allevato, “assassine” e pietose insieme. Commemorata la bestia nel lutto di un istante, nel pianto di un momento accanto ai fuochi, alle tinozze d’acqua calda, vantata appena dopo, esagerandone le doti, gustandone la frittura di fegato e rognoni, esaltando croccantezze di ciccioli bollenti, frutto primaticcio di raschiature alla carcassa. Per la scelta sacrificale, meglio poi un maiale maschio, perché le femmine, specie le scrofe, qualora macellate in calore, con la smania dentro di gioie negate, usano vendicarsi attraverso le loro stesse carni, d’un certo gusto amarastro di seconda, facili a guastarsi, a prendere di rancido innanzitempo, coprendosi di muffe. Aggiungiamo infine una cipolla di contrasto ai grassi sciolti, una carota per il dolce ed il dorato, il sedano per profumare il brodo e renderlo invitante, togliendo alla carni il gusto stesso di carne in eccesso, nell’accordo perfetto di grandi strumentisti ad un concerto per mangioni. Un bel traguardo, indubbiamente, per il quale ogni dado industriale è assolutamente vietato, già che non si sa, come direbbe un certo Canaja, mia vecchia conoscenza, cosa c’è dentro di preciso in quei cubetti. Mettiamo il coperchio al pentolone, non troppo aderente per lo sfiato necessario a quell’impresa, controlliamo e schiumiamo ogni tanto mucillaggini di carne e di verdure emerse come scarto del bollore, in attesa che il brodo si schiarisca, decantandosi dorato, limpido e contento delle cure avute. Qui, naturalmente, la ricetta, pur autentica, è allusiva, e ciascuno è libero di accostare bestie ed ingredienti serviti per il brodo al palcoscenico infinito su cui personaggi e fatti improvvisano se stessi ad ogni giorno.

Ora, il brodo in terza - adagio, come si conviene - si farà da solo, e mi raffiguro l’osteria dei Gelati a Gropparello (una sorta di tempio nazionale ingiustamente trascurato da chi avrebbe dovuto invece tutelarlo per riguardo al Novecento), dove Vittorina, rimasta purtroppo senza eredi a quel lavoro d’altissimo lignaggio, dialogava da artista con gli artisti, in attesa di gustare quei lessi e quel brodo, pura alchimia del Gusto invasa da slavine di anolini in discesa da complici assicelle, come tante festose damine incontro allo sposo impaziente. Di sicuro attorno a quella pentola fumante - forno deputato ad impareggiabili trasmutazioni di nobili elementi in arte pura - il meglio di un grande Novecento ha preso forma e parola, idea, progetto, scuola, sino a diventare un mito. I galli e i cavalli di Cassinari, probabilmente prima di finire sulla tela o fusi in bronzo, hanno cantato e cavalcato in quei convivi, osservato Vittorina, prima schizzati, poi più nitidi, infine abbaglianti nel presentarsi come vivi davanti alle zuppiere fumanti d’anolini e brodo in terza. Voglio credere, e probabilmente non sono lontano dal vero, che sceneggiature di memorabili filmati, magici racconti ispirati al Grande Fiume, disegni, quadri, bozzetti di tramonti e di lune, d’estati accesi dai covoni legati da gagliarde contadine, paesaggi accarezzati dai colori e dai pennelli di un’Italia nuova uscita dalla guerra, riunita attorno a cose buone, qualcosa, anzi molto, debbano a Vittorina e ai suoi fornelli, alla sua arte di crescere le storie, raffinata come quella dei suoi ospiti importanti.

Rivive ora, negli intenti di questa rubrica, la stessa volontà di ritrovarsi, di confrontarsi fra lettori ed autori di testi letterari, ma non solo, riuniti idealmente attorno ai fuochi dei Gelati (ma, con un po’ di sforzo si potrebbe trasferire il desiderio in un raduno di genere sinora sconosciuto, per il quale, su due piedi ne proporrei addirittura il nome.
È da chiedere? “Brodo in terza Convention”! Golosi artisti di tutto il mondo, uniamoci! Niente operazioni di sapore nostalgico (però la giusta nostalgia, fa maturare e riflettere e costruire nuovi miti sulla spinta proveniente dal passato), ma fuori finalmente dal “secentismo letterario”, dal luogo comune, dall’assordante e vuoto bla-bla, dove chi vale venga a galla, chi ha da dire trovi ascolto e venga soprattutto accolto bene.

Brodo in terza, dunque diventa, hic et nunc, un’idea ed un programma: quelli di radunare attorno ai sacri fuochi dell’ingegno letterario, opere e maestri meritevoli d’essere proposti al dialogo coi lettori, come si faceva nella mitica osteria dei Gelati coi fortunati avventori contadini, credo la maggior parte illetterata, ma d’ingegno finissimo, capace ad un’occhiata di riconoscere gli artisti, patacche e croste dalle tele. A volte coi toni accesi, spesso fra gran risate, dove però il concreto emergeva al termine di sedute lungo notti interminabili di vini e nevi alleate nel far tardi a galantuomini in tabarro, coi folletti fuori ad attenderli taxisti nel ritorno verso casa.

Ragazzi sono sfinito dai miei stessi poteri visionari, ed è ora perciò che mi congedi. Una lode, un attestato, un viatico speciale, massimo una presa di tabacco alle narici (e non altro) a chi, lottando con se stesso, ha resistito, arrivando indenne a questo punto. Dunque, buon Brodo in terza a tutti. Lancio la palla - pardon, la tazza - in campo, perché sia raccolta e rilanciata al mittente e ad altri amici, spero con garbo.
Che Manitù ci aiuti.

Maurizio Rossi

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7 Responses to “Brodo in Terza, insoliti sapori letterari.”

  1. manitu

    Caro Maurizio “Gerbasius” Rossi,
    il tuo “editoriale” e manifesto credo sia già un incredibile assaggio del tuo brodo in terza. Ancor più importanza darei poi alla descrizione di cosa sia diventato il corrispettivo letterario del brodo in prima e in seconda. Sarebbe un peccato se non venisse ripreso e amplificato dal web e dalla stampa.
    Grazie per aver dato così tanto già dal primo post. Aspetto, aspettiamo, i prossimi!
    Manitù

  2. Marco Palasciano

    Tempo non ho d’una risposta degna,
    che s’avvolga qual edera a tal stilo.
    Ben altro la mia testa impegna e impregna
    che philològhia, -sòphia ed altra philo-;

    ché dove vivo, non bellezza regna,
    ma munnezza, come ben sassi. E affilo
    al core fatto ormai cote petregna
    il mio palascio, e al fodero l’infilo,

    e vado ad attaccare manifesti,
    la notte, con la scopa e con la colla;
    e il giorno fo riunion con altri onesti,

    mentre d’intorno il percolato ammolla
    la terra, e il cielo imputida. Ma avendo
    tempo, chioserei ’l Rossi, ch’è stupendo.

  3. Gerbasius

    Ma con pochi versi (e poco tempo) direi che Marco Palasciano si è ben meritato una doppia razione di Brodo in Terza specialmente per quel “Rossi, ch’è stupendo”. Fumante pozione alla quale non si potrà non aggiungere un crostino per l’impegno notturno con colla e scopa, fatica onesta cui, se gradito, mi unisco in spirito.

  4. Daniele Ventre

    Boimè, di primità di brodaglie ne ho fatta ampia messe su Nazione Indiana. Stigmatizzarne la sciapa sostanza m’è costato insulto e vitupero, a cui riparò soccorso d’amico che m’è spiaciuto coinvolgere.
    Per questo ho lasciato i decadenti Anasazi, che ormai edificano ben poco (spesso solo più parolacce), e mi sono rintanato in altra tribù.

  5. effeffe

    scusa?
    Pardon?
    effeffe

  6. Gerbasius

    BEVIAM, BEVIAM, BEVIAMO

    Beh, sapete, carissimi, che è successo dopo tanto mestolare attorno al pignattone sui fuochi di cucina, fra carni plurispecie farcite ai fegatini con spezie e parmigiano ed altro ancora? Che il brodo in Terza così ottenuto, oltremodo dorato e saporito, seppure un poco unto (ma di cose bigie e magre c’è pieno dappertutto e i loro effetti, specie su parti letterari ed altri “frutti dell’ingegno” mi pare non conducano all’eccelso), adagio adagio me lo sto sorbendo tutto in perfetta solitudo, ancorché vessato dall’estate padana di pesci siluro boccheggianti per la coca che, anziché al bollente consommé blasonato, indurrebbe a bibite sgargianti, a granite tropicali in riva a una piscina; beveroni ideali per godersi (e digerirsi) appunto un raccontino estivo su temi inesplorati d’alienazioni giovanili nello sbando suburbano, di libido in picchiata o in risalita alpina per colpa dei gas serra, dovuti non già allo smodato consumo di petroli come supposto nell’errore della scienza, ma a peti scostumati di mucche brunalpine, bombolotti in transumanza al gas metano, ordigni vaganti inconsapevoli del rischio, per giunta ghiotti d’erba, all’assalto ruminante del povero pianeta.
    Ora, per l’autunno, non poi così distante come pare, se il capo-chef Lavieri, travolto da proteste e da tumulti, non m’avrà fatto cenno di piantarla col fervore culinario, proporrò piatti sempre grassi, ovvio (perché il grasso ce l’ho in testa ad oliarne i meccanismi che producono Gerbasius), ma non così bollenti e in quantità più misurata. Penserei ad esempio al Batù d’oca, golosi cubetti di polpa soda tratti dal petto dell’obeso pennuto perfettamente dissanguato, imprigionati fritti nel suo stesso strutto, prima fuso e poi rappreso a mò di conservante ed isolante. Prelibatezza raffinata, da gustare al tegamino, sul pane o sulla pasta, ai primi freddi, ove mancassero o cessassero le spinte propulsive all’inventiva sotto sforzo privata di portanza, specialmente in previsione di doglie letterarie sofferenti, o del tardare comunque d’altri frutti dell’ingegno, magari concepiti troppo tardi, e quindi malmaturi esposti ai primi geli.
    Come l’oca a dadetti rosolati riuscirà a condurci in presenza di una simile delizia e di un simile soccorso già m’arrovella, perché la bestia, dal collo serpentino e dall’occhio intelligente (diciamo vivo, più che altro), tanto ingiustamente vilipesa e canzonata, m’angustia invece col rimembrarmi d’incontri registrati altamente educativi, dove creature erette, pur munite di titoli e poteri, ne usurparono, talvolta a ragione, nella brama d’imitarne l’eloquio e la baldanza, la fama di meschina senza testa, molto becco e tutta ciarle in vista del becchime.

  7. Anna Sophia Robb

    Hello…I Googled for sophia rossi, but found your page about Brodo in Terza, insoliti sapori letterari….and have to say thanks. nice read.

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