Tribù a vento

DE GUSTIBUS – seconda parte

Febbraio 20th, 2008

Avvertenza: prosa sconsigliata come per i casi contemplati nella parte prima.

Passata d’un bel pezzo la cinquantina, com’è nel caso del vostro coquus dal grembiale tinto da abbracci suini (nello sgozzare amabilmente i porci petto a petto, spesso infatti ci si arrossa, e non è raro che in quel trasporto all’arma bianca la lama accomuni il gogno al suo norcino, conferendo in tal modo un certo gusto antropofago al sanguinaccio con soffritto di cipolla, latte intero ed altre cose), si presentano a volte occasioni per le quali c’è necessità di sicuro conforto, bisogno di un porto accogliente, di una spalla sincera, di una sponda amica, di attenzioni sponsali (se c’è la sposa, ovvio, altrimenti pazienza e niente pasticci) ma, più che altro, direi, del gran Batù sacrificale dell’Oca Merlina, che più avanti, a fine “saga palmipede”, vedremo, afflitti, trasformarsi in oca Merdina, nel rovescio di fortune esistenziali, laddove bipedi piumati, e non, finiscono travolti dalle medesime sventure “culturali” dovute a biasimevoli incertezze circa ruoli e competenze, sconfinamenti e rientri intempestivi di entrambe le specie, a volte indistinguibili fra loro, malgrado sforzi immani di attenti osservatori. Come mai, stupirete, questo primato della gola, questa pole position della pancia, questa gioia papillare sospinta über alles dall’esofago in orgasmo? Lo rivelo con piacere, ma sarebbe un segreto da custodire e tramandare a posteri meritevoli, se mai, scannato il porco – perché il porco col Batù d’oca se ne va a braccetto e non può stare a lungo l’uno senza l’altro – potranno ancora in avvenire, magari di nascosto da ronde saracine, dissanguare un’oca col fido bortechino (cavaturaccioli a vite senza fine, assolutamente sconsigliato per altri usi ed in specie per togliere il cerume), vegliandone la fine col tenero distacco dovuto ad un anziano familiare sacrificatosi per il bene d’altre bocche.

Sebbene assunto in tempo, prima d’appuntamenti al buio ad alto rischio, quali ad esempio letture impervie di versi astrusi sulla MadreTerra sotto assedio di polveri sottili, di letali conferenze sul ruolo culturale d’archivi e biblioteche, di soporiferi filmini celebrativi di filantropi locali ad un passo dal ghermirvi, da solo, il Brodo in Terza, aureo capolavoro della compianta Vittorina (ricordate, la mitica cuoca di Cassinari, Treccani, Soldati, Brera, e in fondo anche mia, ai Gelati di Gropparello, nella minuscola osteria affacciata sul Rosello, dove esservi accolti era ambito privilegio d’iniziati?), nonostante i suoi molteplici prodigi, potrebbe non bastare a trarvi dalle ambasce.

Ecco affacciarsi dunque, dopo il trino consommé, l’opportunità del secondo piatto amato dalla grande Vittorina, ossia del Batü sotto strutto dell’Oca Merlina, corazza intemerata, scudo spaziale, fotonica barriera resistente ad ogni sorta di detriti provenienti – cito una fonte, fra le tante – da nebuli salotti e circoli speziali, dove vecchie dame formato pasticcini e presidenti alteri, già banchieri o bancari figliati dalla Zecca, insigniscono poeti di medaglie al princisbecco, con annessa pergamena, articoletto e foto sul giornale di provincia per l’invidia sempiterna dei parenti. Così protetti ed assistiti dal Batü dell’Oca Merlina – lo stesso druido gallico credo farebbe fatica a preparare una pozione altrettanto efficace –, si potrà ora rasentare l’incoscienza, esponendosi a rischi altrimenti mortali, dando retta a cuor leggero, ad inviti in fotocopia appesi alle vetrine d’estetiste e ferramenta, dove personaggi-inciampo creduti a torto estinti, potrebbero, putacaso, intrattenervi lungamente sulla quaestio se sia il giallo (inteso come genere letterario e non come vernice per sottomarini inglesi) a nutrire pulsioni omicide in rapida espansione, o essere piuttosto le medesime ad ispirare frotte di giallisti mai sazie d’omicidi e commissari, quest’ultimi così difficili ormai da distinguere fra loro, stante l’alto numero d’aspiranti a quella veste (e credo anzi che fra loro, appartati coi compari dietro qualche cimitero, sia in corso da tempo una disfida, una sorta di roulette russa allo sparo di delitti originali, per vedere di ridurre sul nascere i troppi pretendenti).

Saziarsi di Batù, in aggiunta al Brodo in Terza, può quindi risultare assai utile, se non in certi casi addirittura vitale, capitandovi magari – faccio un altro esempio; «ma che sfiga», direte, «che talento hanno mai questi crapuloni nell’esporsi volontari a certi rischi» – di trovarvi in prima fila al varo d’indigesti parti letterari, naturalmente presenti autori e autrici coi microfoni alla bocca già zuppi di sciroppo alla saliva (ah, poi, le candide manine dall’ampia mimica di voli migratori, divinizzate dal flusso scritturale attorno a biro e matitoni testimoni ispirati di fasulli «Come dire, come dire?», facendo finta d’essere in affanno), praticamente prigionieri del consesso; perché alzarsi e andarsene pur curvi e sottotraccia da disertori sul campo di battaglia, sarebbe cosa sconveniente, e tanto varrebbe fingere un malore, un mancamento, per volgersi alla fuga con tanto di lettiga. Dunque, decidendo di resistere ad oltranza, siamo in uno di quei pomeriggi invernali, all’incirca verso le cinque (ora scema in cui si pensa che frotte d’invasati lascino di precipizio l’impiego per l’ineffabile richiamo delle arti, spesso in bilico perfetto fra cultura del dialetto e buffet di torta fritta), dove la città appare già immersa in gelidi misteri di notti fonde senza luna (e qui, aspiranti giallisti, m’immagino vengano presi da orgasmi investigo-narrativi, portando turbamento a passanti circospetti, naturalmente all’oscuro del genio letterario intorno a loro). Ma dove il Batü d’oca Merlina mostrerà tutta quanta la potenza racchiusa nel suo strutto, sarà quando, l’editore a pagamento (esborso camuffato da contributo spese per rischio commerciale e doveroso acquisto copie per promozioni e omaggi al parentado), intratterrà sui meriti speciali del suo marchio culturale (a proposito non azzardatevi a chiamare quel tipo d’impresari stampatori o peggio ancora tipografi, che potrebbero adontarsi, rifiutandosi d’inserirvi un giorno o l’altro fra i fenomeni emergenti del loro “parco autori”), seguito a ruota dall’intervento di assessori alla cultura ed ex parlamentari, quest’ultimi ovviamente anziani, ma illuminati ad vitam dall’aura tenue del potere esercitato, sebbene ora baluginanti lampade votive, quiete fiammelle, rimasugli opachi del grande faro una volta acceso sulla truppa dei raduni. Infine, la parola al povero autore che, ridotto nell’attesa il microfono a cono di gelato molliccio di salive, ai complimenti ricevuti (leggendoli bene, magari tardi, si accorgerà probabilmente che nessuno, in fondo, si era troppo sbilanciato nelle lodi, rimanendo nel vago d’artifici edulcorati), non rimarrebbe che ringraziare con un perfetto manzoniano: «Si figuri!», congedando i resistenti da tempo appisolati.

«Si, vabbè, ma la ricetta, tiratardi d’un gonfione?», lamenterete a questo punto. Giusto, la ricetta… Qui occorre però tener conto conto di una cosa. Ossia che il Batü d’Oca Merlina non s’improvvisa affatto, e che non basta rispettare dosi e tempi stabiliti ai primordi da saggi patriarchi, occorrendo, in primis, essere adatti a quel rito d’iniziati (infanzia disagiata, fame patita e casa fredda costituirebbero un buon titolo d’accesso alla casta “ochina”), manifestando voracità e spietatezza alimentare, ma al tempo stesso grazia e rispetto nei confronti delle vittime immolate, indi padronanza dei coltelli e conoscenza delle spezie, poscia abilità certificata nel maneggio delle carni. E, a proposito di maneggio, veniamo appunto alle mani. Debbono essere aspre, ruvide e callose, perché sudate, grassocce e delicate d’archivisti, esili e trasparenti di studiosi avvezzi all’uso eccessivo di guanti da chirurgo o in filo bianco, spingerebbero oca e maiale, in quel modo offesi, vigili ectoplasmi accanto al lavorante, a togliere sul nascere il loro aiuto consigliere, primo ingrediente senza il quale i rimanenti apporti si azzurrano di muffe, filiando bolle di batteri e spore filiformi. Altra condizione opportuna, direi quasi fondamentale (ma non vorrei che benpensanti m’accusassero di sospingere all’etilismo ardimentosi impreparati all’avventura), sarebbe poi che gli officianti del Batü fossero costantemente un poco ebbri, meglio se di grappe di prugne e di vinaccia, onde evitare che l’alito d’astemi possa, con germi di boccucce avvezze ai latticini, corrompere le carni in trattamento, compromettendo un’altra volta il risultato.

Maurizio Rossi, 2- continua, spero)

One Response to “DE GUSTIBUS – seconda parte”

  1. manitu

    Rivista sua di sua accentuata pinguedine, Manitù non sa se ringraziare o riprendere Gerbasius per non avergli fatto conoscere il Batù in quel di Sariano di Gropparello Piancentino. Resta d’accordo sul maneggio calloso e sul contrattaccare l’alito d’astemi… sempre e comunque…
    AUGH!

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