Questo racconto lungo - scrivo nel testo di quarta - è l’esito di una traduzione impossibile: è un “testo-fonte che sprigiona beffe di segno boccacciano”. Nelle parole dell’autore, invece, il libro sfida la propria forma: «Solo di questo infatti si trattava: come rendere credibile in altra lingua il vero spirito di Turritania».
Abbiamo qui una Sardegna di gesti arcaici, un’immagine tribale e mitica in cui “onnipresente è la mancanza di un altrove”, di un orizzonte. I personaggi - Tìtto Tauro, Gio’condo, Ottantasette - prendono corpo da un manoscritto ritrovato. Il libro è scritto, e si presenta, all’apparenza come un solo continuum e sta al lettore ritrovare ancora il manoscritto, leggerlo con gli occhi dell’autore e dei suoi personaggi “scriventi”.
buona lettura
————– TURRITANI —————-
Viene traversa, la pioggia. Sul legno dei ponti fa uno scalpiccìo d’inferno, d’una corsa di folletti a piedi nudi. E sul mare sfrigge come lo trovasse arroventato. Viene così fitta, a momenti, che dovunque solleva un vaporìo. La gente in ombrello corre a ripararsi sotto una tettoia. – Il paese, al di là dei cancelli è piccolo, è triste nell’acquata.
Elio Vittorini, Sardegna come un’infanzia
Piove, e vi siete lasciati alle spalle i cancelli del porto. Alle spalle la vecchia torre, ormai supporto umile al faro, e l’antica colonna, cippo che segna l’inizio della strada che attraversa l’Isola. Da poco avete imboccato il Corso, ma la pioggia non cessa, e vi costringe a cercare rifugio in un bar, appena più avanti, sulla vostra destra. Dentro notate che non c’è alcun movimento al banco. Solo nel mezzo del locale un folto gruppo di persone attorno allo stesso tavolino. Date uno sguardo a quelle figure, indifferenti alla vostra presenza, mentre andate a sedervi, discosti, in un angolo in fondo alla sala.
Iniziate a percepire altro: non ci sono conversazioni lì. Un’unica voce sembra recitare qualcosa, difficile da capire.
L’atmosfera vi pare strana, abbastanza da farvi intuire che non è il caso di chiamare ad alta voce il ragazzo del banco per ordinare da bere.
Provate invece con i gesti della mano, a fatica perché anche lui, come gli altri, ha gli occhi fissi in un punto: la persona che parla, al centro del gruppo.
Succede quel che vi sareste dovuti aspettare. Il ragazzo se ne accorge solo quando, per un momento, le parole cessano, interrotte dallo stridio metallico di una sedia smossa. Ma non è che si precipiti, al contrario, sembra concentrarsi ancora di più su quel punto, quasi avesse timore di perderlo, mentre in silenzio, quasi con fastidio, si porta verso di voi.
Al centro del gruppo, quello che parla è Baciccia.
Non è più giovane. Gli manca un occhio. Come potete osservare ha una palpebra chiusa. È massaggiatore e maestro di pugilato, amante discreto dei giovani allievi.
È anche un grande narratore. Certo il più grande di cui si conserva memoria in paese.
Gli anziani che gli stanno vicino sono i notabili del posto. Ma non tutti meritano la vostra attenzione. Spicca, alla sua sinistra, quello dall’aria arcigna. È Marinaru, nome da lui usato nell’attività di poeta, rischiando l’immortalità per un vero gioiello, occultato nell’opera dispersa tra le pagine dei giornali dell’Isola:
Lu cori meu è manchendi
tuttu è bugiu in giru a me,
e soru ca no cumprendi
s’è priparendi a pignì
Piccadu no possia dì
cantu lu cori meu è ridendi:
risa di Paradisu,
risa chi no fini mai.
Tutti gli altri sono giovani e sembrano assistere, con grande scrupolo, a una importante lezione di apprendistato.
Baciccia racconta:
Be’già, pa dì Bainzu, abìa dui sori diffetti. Si ni vinìa troppu in pressa e no éra cuntentu si no si ni fazìa una a la dì. Si ni vinìa cussì in pressa chi no ha mai fattu in tempu a iscissinni primma. E cussì, senza abbizassinni, v’abìa la casa piena di figliori. E puru si éra masthru d’ascia éra sempri un mosthu di fammi. No abìa dinà mancu pa cumparassi li ciodi.
Lu trabagliu lu fazìa cu l’unica cosa chi pussidìa: una serra chi l’abìa lassaddu lu babbu – ziu Custhantinu bon’anima – ch’éra masthru d’ascia eddhu puru.
Bainzu, chi lu sabìa cant’éra impusthanti la serra, no l’impristhaba mai a nisciunu. Mancu a li parenti. Puru si in chissu casu la muglieri si punìa sempri in mezzu, a dilli:
– E davvìra Baì. E dalla. Dalla. Chi no ti si la màgnani.
Ma no v’éra nienti di fà.
La séra l’appiccaba sempri a un ciodu in cuzina e si l’abbaidaba cument’e un innamuraddu.
Chissà cosa l’ha pigliadd’a cabu, una séra, a Austhinu – lu figlioru, lu più minori, chiddhu c’ha fattu casch’annu d’ischora primma d’intrà cantuneri – chi t’ischribi un bigliettu e l’attacca sott’a la serra appiccadda, cument’e un nommu di quadru, o òbara d’arte moderna, ch’abìa bisthu in casche libru:
dalla. la sega di famiglia di be’già
Bainzu, no tantu pa l’alsthru, cantu pa l’immusgi chi no pudìa suppusthà – e in chissu casu in casa soia e da lu figlioru – piglia la serra e si poni a pissighì a Austhinu, chi mancu mari è ridisciddu a fuggì, si no l’abìa ifriguraddu a costhu d’arruinà la serra e cussì puru la famiglia.
Baciccia ha finito. Il silenzio si addensa nella sala, e tutti sembrano pensare, intento ciascuno, in una rammemorazione personale, a dare figura a ciò che dal racconto è stato appena evocato.
A posarlo quindi giù, nel catasto della memoria, ancora una volta nitido e implacabile come una verità.
Anche se niente è mai stato vero.
Stava diventando vero. Attraverso quel rito, cui vi è capitato di assistere. E al quale gli altri hanno assistito un’infinità di volte, evitando di cogliere, tra una volta e l’altra, gli aggiustamenti, le novità necessarie per conservare tutto questo integro, per non lasciarlo morire.
Suggerendole, talora.
Almeno da quando a Baciccia venne in mente di trasformare un’esclamazione senza senso in un soprannome da dotare di personaggio vivo.
Poiché si è sempre saputo quanto fosse falso, se non impossibile, che lui si trovasse sotto la finestra, una notte, ad ascoltare, mentre la moglie di Be’già, alla fine dell’amplesso, pronunciava le fatidiche parole.

Febbraio 7th, 2009 - 6:27
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