Tribù a vento

Turritani

Ottobre 22nd, 2008

Turritani di Giovanni CossuQuesto racconto lungo - scrivo nel testo di quarta - è l’esito di una traduzione impossibile: è un “testo-fonte che sprigiona beffe di segno boccacciano”. Nelle parole dell’autore, invece, il libro sfida la propria forma: «Solo di questo infatti si trattava: come rendere credibile in altra lingua il vero spirito di Turritania».

Abbiamo qui una Sardegna di gesti arcaici, un’immagine tribale e mitica in cui “onnipresente è la mancanza di un altrove”, di un orizzonte. I personaggi - Tìtto Tauro, Gio’condo, Ottantasette - prendono corpo da un manoscritto ritrovato. Il libro è scritto, e si presenta, all’apparenza come un solo continuum e sta al lettore ritrovare ancora il manoscritto, leggerlo con gli occhi dell’autore e dei suoi personaggi “scriventi”.

buona lettura

————– TURRITANI —————-

 

Viene traversa, la pioggia. Sul legno dei ponti fa uno scalpiccìo d’inferno, d’una corsa di folletti a piedi nudi. E sul mare sfrigge come lo trovasse arroventato. Viene così fitta, a momenti, che dovunque solleva un vaporìo. La gente in ombrello corre a ripararsi sotto una tettoia. – Il paese, al di là dei cancelli è piccolo, è triste nell’acquata.

Elio Vittorini, Sardegna come un’infanzia

 

 

 

Piove, e vi siete lasciati alle spalle i cancelli del porto. Alle spalle la vecchia torre, ormai supporto umile al faro, e l’antica colonna, cippo che segna l’inizio della strada che attraversa l’Isola. Da poco avete imboccato il Corso, ma la pioggia non cessa, e vi costringe a cercare rifugio in un bar, appena più avanti, sulla vostra destra. Dentro notate che non c’è alcun movimento al banco. Solo nel mezzo del locale un folto gruppo di persone attorno allo stesso tavolino. Date uno sguardo a quelle figure, indifferenti alla vostra presenza, mentre andate a sedervi, discosti, in un angolo in fondo alla sala.

Iniziate a percepire altro: non ci sono conversazioni lì. Un’unica voce sembra recitare qualcosa, difficile da capire.

L’atmosfera vi pare strana, abbastanza da farvi intuire che non è il caso di chiamare ad alta voce il ragazzo del banco per ordinare da bere.

Provate invece con i gesti della mano, a fatica perché anche lui, come gli altri, ha gli occhi fissi in un punto: la persona che parla, al centro del gruppo.

Succede quel che vi sareste dovuti aspettare. Il ragazzo se ne accorge solo quando, per un momento, le parole cessano, interrotte dallo stridio metallico di una sedia smossa. Ma non è che si precipiti, al contrario, sembra concentrarsi ancora di più su quel punto, quasi avesse timore di perderlo, mentre in silenzio, quasi con fastidio, si porta verso di voi.

Al centro del gruppo, quello che parla è Baciccia.

Non è più giovane. Gli manca un occhio. Come potete osservare ha una palpebra chiusa. È massaggiatore e maestro di pugilato, amante discreto dei giovani allievi.

È anche un grande narratore. Certo il più grande di cui si conserva memoria in paese.

Gli anziani che gli stanno vicino sono i notabili del posto. Ma non tutti meritano la vostra attenzione. Spicca, alla sua sinistra, quello dall’aria arcigna. È Marinaru, nome da lui usato nell’attività di poeta, rischiando l’immortalità per un vero gioiello, occultato nell’opera dispersa tra le pagine dei giornali dell’Isola:

 

Lu cori meu è manchendi

tuttu è bugiu in giru a me,

e soru ca no cumprendi

s’è priparendi a pignì

 

Piccadu no possia dì

cantu lu cori meu è ridendi:

risa di Paradisu,

risa chi no fini mai.

 

Tutti gli altri sono giovani e sembrano assistere, con grande scrupolo, a una importante lezione di apprendistato.

Baciccia racconta:

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Fiat anteprima

Ottobre 2nd, 2008

E anteprima sia. Prima che la F.I.A.T. battezzi una sua macchina LUX o “virgola” approfittiamone e scateniamoci un po’ (yu-uuu!)

Basta. In attesa di benevoli commenti - ma non dispiacciono nemmeno i malevoli, dato che gli amici leggono e non scrivono - inoltriamo il fatidico messaggio sulle nostra novità e le ultime notizie.

Giovanni Cossu - TurritaniPartiamo da Turritani, l’incredibile lavoro di Giovanni Cossu che vedrà la luce in anteprima al Pisa Book Festival. Una volta tanto un libro in anticipo sulla programmazione! Giovanni, Cossu - o entrambi -, sarà ospite al caffè letterario del festival domenica 12 ottobre alle ore 10:00 per un primissimo (si può dire “primissimo”?) incontro con il pubblico. Domani su questa rete a questo indirizzo verrà pubblicato un assaggio della sua scrittura.

Procediamo con questa insulsa autopromozione alla rovagnati (sarò biscottato ormai) con i link ad altri due piccoli orgogli (i figgli so’ piezz ‘e core) ormai dati alle stampe:

Maconi - monkey BusinessSul canale fumetti abbiamo l’anteprima di Monkey Business (cliccate pure sull’immagine o sulle parole blu appena lette). Il titolo sembra profano ma nasconde tutta l’irriverenza del Xiyou Ji, più noto con il titolo Viaggio in Occidente, l’indirettamente famoso romanzo cinese del ‘500 che ha introdotto al mondo uno dei personaggi più riadattati dei fumetti e dell’animazione. Nientepopodimeno che Sun Wu K’ung! (Chi?) … meglio conosciuto col nome giapponese Son Goku… (Chi?) …ma Goku! Lo scimmiotto, lo stesso personaggio che dopo capolavori dell’animazione, seriali e non, come Monkey, Subbuglio in paradiso, e dopo lo Scimmiotto di Pisu e Manara degli anni ‘70 e dopo il fantascientifico Starzinger degli anni ‘80, ha finito per rovinare la salute dei genitori con la casa infestata dai vari pupazzetti e figurine di Dragon Ball. Ecco l’anteprima!

Arkas KastratoRicordiamo, sullo stesso canale, l’immarcescibile Arkas che presto ci autorizzerà alle stampe del terzo volume di Kastrato intitolato Fuori controllo. Anche per questo pepato volume abbiamo qui l’anteprima.

Sei mariti per una Topina

Nella sezione “eterni infanti” troviamo invece il delizioso (Yum!)  Sei mariti per una topina. Non andate subito nell’ultima pagina a scoprire chi è l’assassino!
Qui l’anteprima.

A presto!

Lavieri Tempo di “riposo”, ovvero di lavoretti di manutenzione. Quelli che da mesi, o anni, un piccolo capotribù dice di voler fare. Una limatina qua, una telefonata la, un incontro a Zurigo (magari).

Agli effetti pratici i pochi frequentatori di queste paginette vedranno o percepiranno ben poco… Diamine, allora visto che anche i “contributors” di queste pagine latitano, perché non farvi notare qualcosa, non sottolineare qualcuno dei frutti del nostro primo sudore estivo?

E allora, come dice il titolo del codesto post, per tirarla ancora un po’ per le lunghe, avvisiamo i lor’ gentili lettori di una novità non da poco. Finalmente in rete, sul sito madre Lavieri, gloriosamente in autarchico e fiero HTML nonché corroborante BYML (By Yourself Markup Language) le anteprime dei titoli per bambini (questa la versione ufficiale, “per bambini”), quelli della collana “il Gatto e la Civetta”(1).
Da qui (cliccate pure senza timore) potranno lor signori sbirciare i contenuti di colelli (o codelli?) gai libelli.

Per inciso tutto il sito madre è stato in quest’ultima settimana rivoluzionato, nella sua struttura interna e quella concettuale — e la matre si scusa ulteriormente per i disagi arrecati (i soliti previdenti che ci hanno nei preferiti si predispongano a controllare i collegamenti diretti a pagine nterne) –, in modo che tutto il catalogo, nelle sue principali sezioni, possa essere colto d’un colpo senza più dover cambiare sezione o branca. Così facendo abbiamo finalmente anche applicato ciò che predicavamo mal razzolando, ovvero di abbattere alcune barriere che vorrebbero separare il libro della galassia gutenberg dai raffinati discendenti dei graffiti rupestri, arricchiti nel tempo di grammatica propria e nuvolette (il fumetto insomma!).
Qualche strascico della vetusta separazione è ancora evidente ma solo in attesa di ulteriore ammodernamento struttural-comunicativo, di cui si possono intravedere i prodromi nella nuova pagina dedicata all’indice per autori (e che dire della nuova immagine della home page, ad opera di Maconi?).

In definitiva: si riposi chi può, e chi può segnalare disfunzioni e omissioni si diverta pure pubblicamente!

I nostri pù grandi Augh!

Brand' Haide Ebbene! Ci siamo: il “BuonPinto”, detto Domenico, ci ha rilasciato in regalo natalizio una versione “appena pubblicabile”. Con l’avvertenza, che sottoscrivo in pieno, di considerare i limiti dell’impaginazione e della resa compositiva dovuta ai formati dell’HTML, derivati e affini.

Avvertenza dunque
La traduzione di Brand’s Haide è stata condotta sul testo della Bargfelder Ausgabe, ricalcandone il sistema di grafie e l’impianto interpuntivo. Questa punteggiatura, che potrà apparire insolita al lettore italiano, è in Schmidt una tecnica per stenografare il pensiero e eliminare il superfluo della narrazione.

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BRAND’S HAIDE
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«Ebbene» disse la piccina Grete, candida, dalle mani saponose. E silenzio. Stavamo intorno a un tavolo, e il pacchetto era posato sopra: francobolli viola, rosso vino: uno bianco più grande: un dollaro.

«Io pure ho già scritto a mio cugino in Sudamerica» disse Lore, struggendo d’invidia. – «Be’, speriamo che contenga cose belle», e fecero per defilarsi; ma a ognuna afferrai la mano, e non le lasciai andar via. Senza dire parola. E loro rimasero; i.e. Grete cercò degli arnesi, specie un ago da rammendo, e stuzzicò i nodi: «Ottimo spago». Ci eravamo seduti sul mio letto e l’osservavamo, inerti e solleciti; Lore muoveva le spalle (forse stava su un bottone del telo da tenda); poi esaminò sul serio gli elementi del mio letto: assi, due teli da tenda, una coperta grigia, un brandello di coperta (rossiccio: credo d’averlo già raccontato!) Non disse nulla. Grete fece quattro anellini di corda e mi fissò; le presi il coltello, fendei la larga striscia del nastro adesivo, e spiegammo il doppio strato di resistente carta marrone: inestimabile quel che vi era dentro. Ma il grosso cartone era stato avvolto ancora: perciò: Grete. Lore aveva già il naso sull’indirizzo, e domandò dalla kaaba: «È sua sorella?! Lucy Kiesler?!» «Sissignore» feci io tronfio: «that’s her» (da questo momento non si parlò che inglese). Di nuovo tre anellini. E io respirai a fondo, indugiai un altro po’ e dopo iniziai: sopra sopra fogli di quotidiani: New-York-Post. «Attenti!» urlò Grete: «Dentro c’è dello zucchero!» Vero: crepitava bianco: molto attenti; (già andavano a prendere una ciotolina)

«Ah!»: piccoli barattoli multicolori, testoline di latta bianca, misteriosi mattoni di giornali: c’era odore di – –
«Caffè in grani» disse Lore incredula: mezzo chilo di caffè in grani.
2 pacchetti di Camel: «Ma si rende conto di cosa significa?» «Può avere in cambio tutto ciò che vuole!» – Dexo: «Che cos’è?» riuscii a leggere sulle fronti interrogative, e diedi una scorsa al testo liscio come lo smalto. «Grasso per dolci» dissi: «ma non so null’altro.» In una delicata carta velina: giallo floreale e bianco avorio: due pezzi di complexion soap: chinarono meste i visi e odorarono con tale frugalità che mi fece male al cuore; a ognuna riempii la mano (Grete bianco, Lore giallo; il rosso non c’era, per cui presi il colore susseguente): riappoggiarono all’immediato i bulbi sul tavolo. Ma volevo continuare a disfare il pacco; dissi contrariato: «Dunque, ascoltatemi: tutte le sere sto di là da voi, alla luce e al caldo, e mi è concesso annoiarvi per ore:» Guardai l’una poi l’altra: tacevano caparbie; io aprii la cassa e dissi: «Qui: io ne ho un altro.» Vero, c’era il pezzo di Lux che mi portavo da Bruxelles; lanciarono un’occhiata spenta, ma qualche effetto l’ottenni; espiravano e tacevano. Perciò: rifilai di nuovo i pezzi (lei aveva mani stupende, e con Grete si fece notevolmente prima). Le spinsi al volo di cosa in cosa: 1 chilo di zucchero di canna, Jack Frost, granulated. Il tè: 16 leggerissime bustine al loro filo: «Vedrete, vi piacerà» pensai (Pensai; bisogna essere cauti con le pesti). Mor-pork: carne di maiale. «Questa è più di una razione mensile. Il doppio» disse Grete; ma tenne diligente il pugnetto chiuso.

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Fauniana: anteprime e commenti

Giugno 13th, 2007

In attesa che Domenico Pinto si chiami in causa. Porto a battesimo questa sezione che ritengo importante per la continuità dei rapporti tra i lettori e la collana “arno” diretta da Domenico. Una collana, alcuni sapranno, che non rilascia libri ogni giorno e neanche ogni mese: i lavori per ogni singolo libro sono lunghi e affidati alla proverbiale precisione di Domenico e ritenemmo giusto, qualche mese fa, istituire questa sezione, se non lo stesso blog (non ricordo), proprio per ovviare ai lunghi silenzi cui costringiamo i “pochi ma buoni”, sicuramente più meritevoli di altri, lettori che ci seguono.

Dunque eccoci qua, tra il dire e il fare è trascorso quasi un anno ma è ora di iniziare e lo faremo con i primi capitoli del libro che tanto attendiamo: il Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese di Walter Kempowski.
Bona lettura

Manitù

1

 

Al mattino eravamo ancora seduti su casse da imballaggio grigie nella vecchia casa a bere caffè (è nostro ciò che è là dentro?). Aloni chiari sulla carta da parati scurita. E la grande stufa, che esplosione quella volta.

A mezzogiorno si sarebbe già dovuto pranzare nella casa nuova.

 

La palma da vaso fu regalata al giardiniere, non era più possibile tenerla. Meraviglioso come si era sviluppata in tutti quegli anni. Il nerbo ce lo portammo dietro, ogni tanto «ahi ahi!» c’era da prenderle. Sarebbe stato bello nella casa nuova, incantevole. Avremmo visto: stupendo. Un panorama dal balcone – delizioso. E nessuna stufa da scaldare, anche questo meritava conto.

 

Già da lontano, mentre tornavo da scuola, vidi il carro imbottito per i mobili, i cavalli con le coperte rosso ruggine sulla groppa e placche d’ottone alle briglie.

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