Antonio Pizzuto

 

 

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Biografia

 

I

 

Nelle conversazioni con Ludovica Ripa di Meana (Diligenza e voluttà, Mondadori, 1989), Gianfranco Contini ricorda una lettera in cui Pasolini lo rimproverava di devolvere i suoi favori a un pensionato. Il «pensionato» rispondeva al nome di Antonio Pizzuto, scrittore che in effetti, al momento dell'esordio conosciuto (ce n'erano stati di invisibili), faceva fruttare al meglio, da ormai un decennio (e avrebbe continuato a farlo fino, si può dire, all'ultimo respiro), la sua 'posizione di quiescenza'. Il risentimento di Pasolini era forse mal posto. Il consenso di Contini, rivelato da un folgorante 'esercizio' svolto sul «Corriere della Sera» del 6 settembre 1964, aveva in verità segnato il culmine di una fortuna critica destinata a declinare rapidamente, per eclissarsi dinanzi ai frangenti sempre più impervi delle ultime opere di Pizzuto.

Il 'caso' dell'anziano ex questore passato alla scrittura, e così innovativa da farne un involontario (e alquanto improprio) battistrada delle neo-avanguardie, era fiorito sullo scorcio del 1959, con la pubblicazione di Signorina Rosina, primo numero della 'novissima' «Collana Narratori» di Lerici, diretta da Mario Luzi e Romano Bilenchi. Il libro – segnalato al suo apparire da recensori quali Baldacci, Bo, Caproni, Montale, Spagnoletti – testimoniava peraltro una lunga storia. Risaliva infatti al biennio 1953-55, seguendo quel Così (1949-1952) che aveva scortato il passaggio alla 'vita nuova' del suo autore. Dal gennaio del 1950 Pizzuto era un uomo libero: lasciata per sempre la questura di Arezzo e l'amministrazione di polizia, aveva finalmente l'agio necessario per mettere alla prova quella riforma narrativa concepita in giovinezza e ruminata per tutta una vita da burocrate.

Al Così – che inizia giusto con una «cena di addio», il congedo di Ortodonte, foriero di inconcludenti tentativi letterari – erano toccati in sorte due lettori d'eccezione. Un'amica siciliana dei Pizzuto, Maria Teresa Pintacuda, sposata con un Pieraccini parente di Emilio Cecchi, e per questo tramite ben introdotta negli ambienti letterari romani, aveva fatto giungere il testo dattiloscritto a Roberto Bazlen e Giacomo Debenedetti. Da entrambi – poi ironicamente schizzati, come Chthés e Tumò, in un passo di Signorina Rosina – era venuta, con qualche riserva, una cauta adesione; e Debenedetti si era anche offerto di scrivere a Vittorini per patrocinare un eventuale «Gettone».

Quello che non aveva ottenuto per il Così (rimasto malinconicamente nel cassetto da cui è uscito nel 1998, per merito delle Edizioni Polistampa) Maria Teresa Pintacuda riuscì a realizzare per Signorina Rosina. Preso in lettura il manoscritto, la gentile signora si incaricò di copiarlo a macchina (una variotype con caratteri multipli e allineamento bilaterale). Per la restituzione Pizzuto dové attendere, fra impazienze e timori crescenti, quasi un anno, quando l'ineffabile dattilografa si presentò con il libretto impaginato, pronto per fotoincisione e stampa in multilyth. Allo sbalordito autore non restò che accettare il fatto compiuto e le relative spese (inizialmente coperte da un prestito di Nanni Friscia, marito di sua figlia Giovanna) per una piccola edizione, poi 'adottata' dall'editore Macchia (1956). Il volumetto passò inosservato. Le copie inviate a Luigi Russo e Giuseppe Ravegnani non produssero effetti; ma quella che Maria Teresa Pintacuda aveva procurato al solito Roberto Bazlen finì nelle mani di Sergio Solmi e da lui, dopo un tentativo non riuscito con Longanesi, in quelle di Roberto Lerici, che un bel giorno del 1959 si presentò nell'abitazione romana di Pizzuto, al numero sei di via Fregene, presso S. Giovanni, con un fotoreporter, un contratto e un cospicuo assegno.

Come il suo libro, il 'nuovo' scrittore, completamente calvo, sessantaseienne, aveva alle spalle una lunga storia. Poco avanti di lasciarci, Romano Bilenchi mi ha raccontato che, dopo la lettura redazionale di Signorina Rosina, chiese a Pizzuto notizie sui necessari antecedenti. Pizzuto, che ad ogni nuovo libro soleva ripartire da zero, sulle prime negò; poi, dietro le legittime insistenze dell'interlocutore, fece vaghe ammissioni su certe opere pregresse. In realtà, come avrebbe detto nel libro-intervista con Paola Peretti (Pizzuto parla di Pizzuto, Lerici 1978), era nato con la penna in mano.

Era nato a Palermo, in un appartamento del palazzo Napoli, uno dei «Quattro Canti» del centro cittadino, il 14 maggio del 1893. Suo padre, Giovanni, proprietario di terre a Castronuovo di Sicilia, paese dove aveva animato una loggia massonica, esercitava inoltre la professione forense. Sua madre, figlia dell'umanista Ugo Antonio Amico, era la «piccola Maria» di un 'foglio d'album' donato dal Carducci in occasione di un viaggio in Sicilia (si legge in Rime e ritmi); a sua volta autrice di poesie (alcune accolte in piccole edizioni private), spesso ispirate dai suoi cari. I miei bambini studiano ferma, ad esempio, il futuro scrittore mentre «inteso a le parole, / cerca aggettivi e nomi»; Uccellino cattivo!, che Pizzuto richiamerà in Si riparano bambole, reca la dedica «A Baby mio lontano» (a questo nomignolo infantile, più volentieri nella variante «Bebè», Pizzuto restò sempre fedele, riservandolo agli intimi).

Fino all'adolescenza, Pizzuto abitò con la famiglia nella casa dov'era nato: una piccola mansarda collegata, per una mitica scala di diciassette gradini, al sottostante alloggio di quel nonno che fu il nume tutelare della sua infanzia (ne aveva del resto salutato la nascita in un amorevole Epigramma, replicato da una adorna versione latina di Emanuele Armaforte). Fervente cattolico di moderato liberalismo (sua moglie Vincenza era la sorella di Rocco La Russa, garibaldino caduto nei combattimenti di Ponte dell'Ammiraglio), Ugo Antonio Amico era stato un protagonista della vita culturale palermitana del secondo Ottocento: rinomato traduttore di classici, poeta finemente aulico, cultore di tradizioni popolari, insegnante e animatore del dibattito pedagogico, libero docente di letteratura italiana. E rimase nella memoria di amici e studenti (fra cui Giuseppe Antonio Borgese, che lo ricordò in un elzeviro del «Corriere della sera») per i modi squisiti, la cortese ironia e l'attitudine a commuoversi sui poeti eletti: era il mite patriarca di un clan (ne facevano parte le altre due figlie, Beatrice e Stella, e i fratelli di Pizzuto, Ugo Antonio e Serafina) nutrito di caldi affetti, di buone letture, di versi, di cordiali convegni intorno all'immancabile pianoforte esalante arie di Pergolesi, Caldara, Tosti, Cavalli. Nel libro della nostalgia, Si riparano bambole, Pizzuto evocherà le silenziose ore di lettura nello studio del nonno pieno di libri e di carte, i memorabili incipit del Petrarca, le dotte digressioni, i «pacati conversari».

Figlio di un ambiente borghese in cui la cultura era compenso a modiche agiatezze, Pizzuto compì la sua prima educazione in una scuola di impronta froebeliana, il «Vittorino da Feltre», dove, oltre ai normali insegnamenti, si impartivano lezioni di musica, lingue, recitazione, scherma, ballo, ginnastica. Fu quindi allievo del ginnasio «Meli» e del liceo «Vittorio Emanuele II» (con risultati lusinghieri: spiccano nelle pagelle i 10 in italiano e i 9 in greco e latino). A questi anni risalgono forse due eleganti sonetti per l'onomastico materno e l'abbozzo di una dispersa «tragedia in cinque atti». All'Università, forse per soddisfare un desiderio paterno, scelse giurisprudenza, laureandosi rapidamente, con una tesi di economia e statistica sulla coltivazione del caffè in Brasile, il 19 giugno 1915. Ma intanto, fin dagli anni liceali, coltivava con l'amico Salvatore Spinelli passioni da musicofilo, frequentava la «Biblioteca Filosofica» di Giuseppe Amato Pojero, palestra dei più aggiornati dibattiti; e nel 1912 aveva pubblicato, sull'«Illustrazione popolare», il suo primo racconto, Rosalia. L'Italia entrava in guerra. Per il beneficio concesso ai primogeniti, Pizzuto riuscì ad evitare la trincea, prestando il servizio sostitutivo, da sottotenente della Croce Rossa, negli ospedali militari di Agrigento e Palermo. Poté dunque darsi ai prediletti filosofi, e divenne un devotissimo allievo di Cosmo Guastella, il cui «fenomenismo», diviso tra Kant e Stuart Mill, tentava le ultime resistenze al predominio crescente della scuola idealista. Ma l'inclemenza dei tempi si fece sentire anche per lui. La morte del nonno (1917) e il progressivo deterioramento del patrimonio familiare (che portò il padre ad adire un umile impiego di contabile presso l'educandato «Maria Adelaide») lo strinsero alla ricerca del lavoro, ad ogni costo.

Il lavoro era quanto di più lontano dalle sue inclinazioni: nell'ottobre del 1918, superato il concorso, prese servizio, con il grado di allievo vicecommissario, alla questura di Palermo. Vi sarebbe rimasto dodici anni, il meglio della giovinezza, comandato nei commissariati di Porto e Porta Reale, nel gabinetto del questore, nel distaccamento di polizia giudiziaria presso la corte d'appello, nell'ufficio stranieri. «Il guaio» di «essere capitato in un tale ufficio» (denunciato in Si riparano bambole) Pizzuto lo pensò a lungo rimediabile. Nella «nota informativa» del questore per l'anno 1919 si osserva, fra l'altro, che il dottor Pizzuto «non intende continuare la carriera per prepararsi all'insegnamento».

Così il «dottor Pizzuto» trovò il modo di proseguire, 'a pezzi e a bocconi', gli amati studi. In una lettera a Salvatore Spinelli, commemorando quelle ore, scrive che per stare sui libri era solito alzarsi alle tre del mattino e presentarsi nel gabinetto del questore alle 9,45, «tutti i giorni con una impudenza che mi dà oggi i morsi, i brividi e le docce del rimorso». Si laureò il 7 aprile del 1922, con una tesi sullo scetticismo di Hume. Ma la morte di Guastella (11 settembre 1922) e la 'dittatura' ormai indiscussa del pensiero di Gentile, che Pizzuto ricusava, frustrarono le sue speranze di una carriera accademica (ne parlerà in una lettera a Lucio Piccolo: «Non fui giammai gentiliano: altrimenti avrei ottenuto io pure a 25 anni una cattedra universitaria»).

Nonostante tutto, Pizzuto, che nel luglio del 1921 aveva sposato, dopo dieci anni di fidanzamento, Carolina Biuso (ne avrebbe avuto due figli: Maria e Giovanni), non seppe tradire la sua stella. Nel 1923 imbastì la prima Sinfonia, rosario di narrazioni che mette in scena e allegorizza, sulla scorta delle teorie fenomeniste (ma già negandone un caposaldo: l'ammissione di giudizi a priori), l'eroismo del pensiero proteso a una realtà irraggiungibile (il terzo dei quindici capitoli, La morte del filosofo, è un commosso omaggio al Maestro). Uno degli appunti del Taccuino trovato nella stanzetta recita: «L'insieme dei giudizi costituisce un mondo, l'insieme delle azioni un altro mondo. Tra questi due mondi non è possibile stabilire alcun rapporto, perché il rapporto non è che un nuovo giudizio ed al mondo dei giudizi appartiene». Il narratore Pizzuto nasce dunque da quella che avrebbe un giorno chiamato la sua «apostasia». Se i giudizi di somiglianza, sui quali Guastella fondava il suo edificio conoscitivo, non danno scienza, le «comparative simiglianze», le fulminee similitudini del poeta potranno testimoniare nel loro infinito rifrangersi l'umana avventura, saranno i segni, effimeri quanto fulgenti, del nostro passaggio.

Questo primo tentativo di esprimersi non ebbe per il momento seguito. Precipitavano le vicende familiari che Pizzuto avrebbe affidato alle pagine del romanzo pseudonimo Sul ponte di Avignone. E rimanevano le resistenze verso l'ingrato mestiere di poliziotto. Tanto che nel 1924, sospeso dal servizio per il rifiuto di un trasferimento nell'ufficio di polizia giudiziaria di Piazza Armerina, ripiegò su un posto di supplente presso l'istituto magistrale «Regina Margherita». Vi insegnò filosofia e pedagogia, occupandosi anche del riordino della biblioteca, per tutto l'anno scolastico 1924-25. Pensò seriamente di cambiar vita e prese a studiare per il concorso a cattedre. Senonché, nel settembre del 1925, fu inaspettatamente reintegrato, con il grado di commissario aggiunto, nei quadri della questura palermitana. Il traumatico incontro con l'Ulysses, dapprima con un frammento pubblicato nel 1926 su un quotidiano locale, poi compulsando l'originale fatto appositamente richiedere alla biblioteca nazionale (e all'uopo ricoperto, secondo un suo postumo mea culpa, di «ignobili matitate»), lo ricondusse ben presto alla scrittura.

La scrittura è quella, che Pizzuto avrebbe definito «brutta», della seconda redazione di Sinfonia, influenzata, a suo dire, dalla passione per il sanscrito e i Veda. Ma di questa nuova opera, in quattro 'tempi', alla quale si era dedicato nel biennio 1927-28, fu allora orgoglioso (anche perché la accompagnava un manifesto, le cui «otto rinunzie e un proposito» erano programma letterario non meno che impegno di vita: prefiguravano un destino); orgoglioso al punto da esigerne la pubblicazione. Per questo, isolato e sconosciuto qual era, chiamò in soccorso Salvatore Spinelli, il compagno più caro degli anni studenteschi, anch'egli diviso tra la professione di avvocato (dirigeva l'ufficio legale degli istituti ospedalieri milanesi) e la vocazione di scrittore. Tramite Spinelli, il libro pervenne a Giuseppe Antonio Borgese, che dichiarò di «non sentirlo»; indi al Generale Angelo Gatti, storico militare e narratore di grido, con un risultato non meno deludente.

Il commissario Pizzuto intanto, dal 1° luglio 1930, era stato chiamato da Angelo Bocchini, il «viceduce», l'onnipotente capo della polizia mussoliniana, alla direzione generale di pubblica sicurezza del ministero dell'interno. Poco prima di partire, aveva reso pubbliche le sue idee innovatrici in una conferenza dal titolo Appunti di nuova estetica, tenuta il 4 giugno 1930 alla «Biblioteca Filosofica».

Con l'arrivo al Viminale, incominciava per Pizzuto la «vita avventurosa». Per la sua familiarità con le lingue (inglese, tedesco, francese), fu inserito nei nuovi organismi della polizia internazionale (la futura Interpol) e inviato in vari paesi europei (Svizzera, Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Romania) e negli Stati Uniti (dove nel 1933 partecipò a un incontro con Roosevelt). Ma non smise di scrivere. Dal 1931 al 1936, tra un viaggio e l'altro, stilò Sul ponte di Avignone, rendiconto del romanzo sentimentale che aveva colmato la sua giovinezza. Anche per questo libro cercò, senza successo, l'appoggio di Angelo Gatti, risolvendo da ultimo di farlo stampare a proprie spese (1938). E non trascurava neppure i suoi interessi filosofici. Nel 1942 pubblicò, presso l'editore Sandron, una traduzione dei kantiani Fondamenti alla metafisica dei costumi che si ebbe l'apprezzamento di studiosi quali Martinetti e Carabellese.

Purtroppo l'epoca si faceva sempre meno intelligibile. Durante le convulsioni del regime, Pizzuto fu incaricato di controllare le lettere (in tedesco) di Mussolini alla sorella. La padronanza della lingua di Goethe gli consentì anche di intervenire, presso un Dollman o un Kappler, per alleviare la sorte di alcuni catturati. Pizzuto, moderato e cattolico (era tornato alla fede dei padri dopo un intervallo di giovanile ateismo), cercò in tutti i modi di evitare il temibile trasferimento nei territori della 'repubblica sociale'; e festeggiò la liberazione di Roma a suo modo, inaugurando nell'agosto del 1944 il suo terzo romanzo, Rapin e Rapier, che avrebbe a suo tempo scontato il «gran rifiuto» di Valentino Bompiani.

L'elaborazione di questo libro singolare, che divinava in grottesco, alla luce di un radicale antistoricismo, le sorti del cinquantennio appena trascorso (vi hanno gran parte i ricordi dei tragicomici intrighi del Viminale e delle esperienze di viaggio del Pizzuto funzionario), richiese quattro anni, seguendo le peregrinazioni dell'autore nelle questure di Trento (1945-46), Bolzano (1946-47) e Arezzo (1947-49). Dei suoi talenti letterari aveva forse avuto sentore lo stesso Alcide De Gasperi che, secondo riferisce Ruggero Jacobbi nella sua monografia pizzutiana, «chiedeva sempre i suoi rapporti e li leggeva avidamente».

Nelle battute iniziali del Così, Pizzuto enuncia la sindrome del pensionato: «Lavoro, lavoro: non c'è che da rimanerne privi per cercarlo e desiderarlo». Collocato a riposo, anche lui, come il suo personaggio, si rifugiò nel lavoro. O, piuttosto, in una rincorsa a occupazioni retribuite che la non cospicua rendita statale rendeva quanto mai opportune. Vennero di volta in volta lezioni private (di italiano, latino, greco, filosofia), effimeri impieghi d'ufficio presso la società di una baronessa Carbonelli e alla Fincine, la casa di produzione e distribuzione cinematografica di Nanni Friscia (che finanziò, fra l'altro, Lo sceicco bianco); e infine, quasi un ritorno all'ovile, destinato a durare per circa un decennio, un incarico di insegnamento alla scuola di polizia.

Più congeniali ai suoi interessi si dimostravano certe commissioni letterarie – un modo venire a patti con il mondo, di adeguarsi alle sue richieste – che Pizzuto avrebbe comunque presto intermesso per consegnarsi al suo demone. Tali erano già state, intorno al 1945, le consulenze e letture per conto dell'editore Sandron, che gli aveva anche proposto di tradurre l'Ulysses (del progetto rimasero l'annuncio in catalogo e brevi assaggi offerti a Nanni Friscia e mai ritrovati). Allo stesso ambito appartengono Il capitano misterioso e Il Principe Rákókzi (quest'ultimo, tratto da Rapin e Rapier), racconti approntati per l'almanacco siciliano Mediterranea (1949-50), le collaborazioni al mensile «Polizia Moderna» (1951-54) e alla rassegna filosofica «Sophia» (1951-57) – il cui direttore, Carmelo Ottaviano, giunse a chiedergli, nel 1956, la traduzione della Critica della ragion Pura –, nonché varie altre cose che non giunsero alla stampa: i racconti per ragazzi Il lumachino (al momento disperso) e Il mondo alla rovescia (poi inserito, come Fiaba di Lami, nel Così); le interrotte Memorie di un Questore; la radioconversazione Impopolarità di Strawinsky; il cinescenario Il signore con due voci; il «soggetto largamente dialogato, con accenni di sceneggiatura, alcune indicazioni sui personaggi e sulla scelta delle musiche», di un film intorno alla vita di Leopardi, Sul tuo virgineo seno, imbastito con l'amico Gaetano Barone; le Ultime novelle (Cavalli; Sassa; Gente dabbene).

Gli anni precipitavano veloci (Pizzuto se ne disperò al punto da battezzare il Così «poema della vecchiaia»). Bisognava batterli sul tempo. Dopo il blitz di Roberto Lerici, pubblicò in rapida successione Si riparano bambole (1960), la cui elaborazione aveva richiesto quattro anni, Il triciclo (1960), adibito a una strenna dell'Italsider, Ravenna (1962). Era giunto a tre quarti di Paginette quando, nel settembre 1963, apparve sul suo orizzonte Gianfranco Contini.

Il gran filologo, che era arrivato a Pizzuto mediante Cesare Brandi, giudicandolo senza indugi «scrittore traumaticamente perfetto, rotondo, catafratto in una maturità che è magistero» e affiancandolo in altezza a Gadda, vide benissimo. Pizzuto aveva già dato il suo meglio. E lo sapeva. In una lettera a Salvatore Spinelli (3 dicembre 1960) confessa: «Lavoro assiduamente a "Ravenna", che costituisce un ulteriore progresso quanto a stile e ad elaborazione: ma non saprò mai più scrivere qualcosa come il viaggio di Compiuta a quell'isoletta immaginaria» (un episodio di Signorina Rosina). In effetti, a partire dal Così e ancora sino a Paginette, le sue narrazioni sembrano sospese a un miracoloso equilibrio, immune sia dalle incertezze dell'apprendistato che dalle soverchie costrizioni (e dall'odore di dizionario) delle prove più tarde: un limpido nastro verbale, in cui tutti gli elementi che nel racconto tradizionale vivono di vita separata (descrizioni, pensieri, dialoghi eccetera), scorrono nella solidale simultaneità di un continuo 'monologo esteriore', nel movimento rapido e lieve di un laconismo tuttavia pronto a circuire l'incanto della vita senza castigarlo a una legge che non sia la sua propria, unica e sovrana, epifania.

La pubblicazione del carteggio con Gianfranco Contini  ha fatto giustizia della leggenda di un Pizzuto 'continizzato'. Al momento del loro incontro, Pizzuto aveva dato alle sue «vedutine circa la narrativa» una forma stabile. Si trattava semmai di adeguare il linguaggio al radicalismo dei principî. In questo senso, la divinazione continiana della sintassi nominale poté favorire il riconoscimento di una direzione latente. Contini aveva, non diciamo deferenza, un grande rispetto per il suo autore. Pur ricevendo regolarmente, da lettore privilegiato, i famosi cartoncini su cui Pizzuto vergava le sue tornite paginette, e manifestando talvolta entusiasmi o perplessità, non si sognava di interferire con i lavori in corso. Rimase uno spettatore intelligente e partecipe; e il complice di scintillanti convegni la cui sede preferita furono i ristoranti cinesi della capitale. Pizzuto detestava ripetersi. Nelle sue 'svolte' (quasi una ogni libro) c'è una tensione, che verrebbe da definire kantiana, verso la perfettibilità, e insieme l'insopprimibile tedio per il già compiuto. L'influsso di Contini fu piuttosto del tipo altamente agonistico. Pizzuto – che aveva un concetto perfino esagerato del proprio rango, una strana protervia, venata di candore e addolcita dalle cerimoniose maniere di gentiluomo d'antan – non volle essere da meno del suo grande interprete. Non a caso parlerà della terza Sinfonia, il primo libro 'post-Contini' (e a lui dedicato), come del suo «più filologico».

Dopo Sinfonia, che chiude la serie Lerici, venne il saggio liquidatorio di Cesare Segre; venne, con Testamento (che inaugura il ciclo del Saggiatore), la progressiva defezione della critica, fino al siderale silenzio riservato alle innovatrici Pagelle. Nessuna congiura. Pizzuto avrebbe potuto a questo punto (ne aveva l'età) dormire sugli allori appena conquistati: le traduzioni francesi (patrocinate da Butor) di Si riparano bambole e Signorina Rosina, quella americana di alcuni frammenti di Ravenna; le due consecutive candidature (1964 e 1965), sostenute rispettivamente da Contini e Sanguineti, al prestigioso Prix International des éditeurs; l'accesso alle più importanti riviste letterarie, sia tradizionali («Letteratura», «Paragone», «L'approdo letterario») che di 'tendenza' («Marcatre», «Nuovi Argomenti», «Il Caffè»); le interviste radiofoniche e televisive. A tutto questo si aggiungevano le recenti amicizie (che davano esca a forbite epistolografie) con studiosi del valore di Alfredo Schiaffini, Giovanni Nencioni, Giorgio Petrocchi; con i poeti Carlo Betocchi, Sandro Sinigaglia, Lucio Piccolo, Albino Pierro; con il giornalista Felice Chilanti; con Vanni Scheiwiller, l'editore di una splendida sequenza di testi brevi (Il triciclo, La bicicletta, Vezzolanica, Nuove paginette); con Alberto Mondadori, che offrì un sontuoso contratto, una principesca amicizia e un'intera collana, «Opere di Antonio Pizzuto», del suo Saggiatore.

Ma Pizzuto scelse la via più stretta. Ormai ultrasettantenne, volle per l'ennesima volta ricominciare da capo. La rinunzia ai tempi finiti del verbo, a partire dalle due ultime 'lasse' di Testamento, un'azzardo inusitato (e rimasto senza seguaci) per un narratore, lo obbligava a risolvere la diegesi in una sequenza di nomi, le cui relazioni, quindi lo stesso statuto del racconto, erano interamente demandati a quella che egli, con termine tomistico, chiamava la «contuizione» del lettore. Fu il suo modo di chiudere il cerchio della vagheggiata riforma, l'ideale di un racconto non pietrificato in documento ma lievitante in fantasmi di poesia. Svincolato, anche grammaticalmente, dal fatto (e dalla persona), quindi dalla storia, il narrare diventava pura rappresentazione di eventi, poteva confrontarsi ad armi pari con l'inafferrabile fluidità della vita.

L'impossibile scommessa, una delle grandiose catastrofi del Novecento, imponeva alla lingua italiana – con quelle serie di gerundi e participi, con le complicanze di un lessico 'esplosivo', in grado di assorbire in sé il dinamismo dell'azione – una torsione così violenta da portarla al limite della praticabilità. Il belpaese letterario – che istintivamente diffida di chi osa mettere in discussione le regole stabilite del 'mestiere', i rassicuranti cliché della dignitosa confezione artigiana – non aspettava altro (lo aveva del resto già bocciato allo «Strega», al «Marzotto», al «Viareggio»). Pizzuto divenne l'illeggibile; e per gli editori, non senza un riflesso apotropaico (stanti le inopinate débâcles di Lerici e del Saggiatore), l'impubblicabile. Così fu. Le tarde opere di Pizzuto (Pagelle, Ultime, Penultime) videro la luce solo per la fede caparbia (e indifferente ai magri risultati delle vendite) di Alberto Mondadori. L'«ultima resa, di faville» (Giunte e virgole e Spegnere le caldaie), testimonianze di una milizia in molti sensi estrema, sarebbero rimasti fino all'altro ieri i leggendari inediti su cui si è esercitata la devota acribia di Gualberto Alvino, il filologo che ne ha di recente fornito le debite edizioni critiche.

Dunque Pizzuto, nei giorni destinati per i più al pacifico usufrutto della fama acquisita, rientrava nella solitudine e nell'isolamento che avevano segnato la sua avventura di scrittore. Recluso nella sua stanza «afflitta, modesta, appena vicaria», continuò a distillare – con la calma delle decisioni irrevocabili, rischiando a ogni passo di rimanere impiccato al cordolo della propria regola – le sue luciferine 'pagelle'. Insieme a una mai tradita tensione conoscitiva, insieme all'alta poesia che vi è  prigioniera, in quei testi insufflati di dottrina e farciti di dilemmi linguistici, in quei liebig (un battesimo di Contini) aleggia infatti un desiderio di rivincita che non risparmiava nemmeno i più colti dei suoi venticinque lettori. Come se ad ogni rigo, ad ogni lemma, si sentissero dire: «Vediamo se questo lo capisci». Morì com'era nato, con la penna in mano – giocando con disdegnosa naïveté quel supremo azzardo, quella partita che attende un interprete adeguato –, il 23 novembre 1976. Riposa nel cimitero romano di Prima Porta. Nel suo epicedio, Contini scrisse che era un uomo «eccessivo nel riso, eccessivo nel pianto, eccessivo nell'amore, eccessivo nell'amicizia».

 

Antonio Pane

 

 

 

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