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Il
Mattino, ??.05.2002
Ri-nasce SUD
Il battesimo alla prossima Fiera del Libro di Torino
a cura di Vincenzo Aiello
È
una delle più interessanti intraprese culturali in atto.
Intendiamo riferirci al ritorno in edicola di “SUD” la
rivista trimestrale di cultura, arte e letteratura –
direttore responsabile Eleonora Puntillo; direttore artistico
Francesco Forlani – pubblicata dall’editore-libraio
Raimondo Di Maio della Dante & Descartes (in versione
tabloid, pp16, euro 3). Il 15 novembre del 1945 nasceva,
infatti, la rivista fondata da Pasquale Prunas con firme del
calibro di Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Luigi
Compagnone, Gianni Scognamiglio, Mario Stefanile, Giuseppe
Patroni Griffi, Franco Rosi, Antonio Ghirelli e molti
altri…. La pubblicazione fu poi interrotta nel 1947 ed oggi
SUD rivede nuova luce, non per commemorare quell’esperienza,
ma per farsi interprete di un mondo e di una città
differente. Essi se ne vanno da Napoli, titolo di apertura del
vecchio “SUD” diventa in questa nuova edizione Essi vanno
a Napoli. Oggi chi va via non è fuggiasco o esiliato, né
“fuori” né “dentro” Napoli, ma è un soggetto che si
arricchisce in una vita nomade ed al contempo stanziale. La
tematica dello spaesamento non riguarda solo Napoli, ma come
scriveva Pasquale Prunas, “Sud non ha un significato di
geografia politica, né tantomeno spirituale: il Sud ha per
noi il significato d’Italia, Europa, Mondo”. La rivista
dal primo numero si imporrà come un laboratorio-atelier,
capace di riunire giovanissimi (gli studenti dell’istituto
d’arte Palazzi che cureranno il progetto grafico) e voci
autorevoli della critica letteraria come Silvio Perrella,
Domenico Scarpa, Massimo Rizzante, Matteo Palumbo (per citarne
alcuni). Come nei sogni di Prunas la rivista si propone
attraverso le redazioni di Parigi (Atelier du Roman), Milano,
New York, Atene. Una rivista letteraria, critica,
“popolare”, che porta in sé l’anomalia di essere nata
tra i locali della Scuola Nunziatella, non poteva che
rinascere tra quelle stesse mura (attraverso la nomina a
presidente onorario di Giuseppe Catenacci, responsabile
dell’associazione ex allievi). Il numero zero sarà
distribuito a maggio con una tiratura eccezionale (100.000
copie) in occasione del Salone del libro di Torino 2002.
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Mattino, 14.11.2003
La nuova serie
Dopo il numero zero, distribuito in maggio da «Il Mattino»,
alla fine di novembre uscirà il numero 1 della nuova serie di
«Sud», la rivista diretta da Eleonora Puntillo e pubblicata
dalle edizioni Dante&Descartes di Raimondo Di Maio. Tra le
chicche della rivista, rinata grazie all’irrefrenabile
entusiasmo di Francesco Forlani e resa possibile
dall’appoggio di Giuseppe Catenacci e della Nunziatella,
c’è l’articolo di Camilleri qui pubblicato in anteprima.
Io, Camilleri, e l’incubo della jettatura
Ai primi di novembre del 1947 terminai un poemetto,
Tempo,
al quale avevo intensamente lavorato per alcuni mesi, e lo
spedii subito a Pasquale Prunas per la sua rivista «Sud». Di
«Sud», misteriosamente, arrivavano in un’edicola di
Agrigento (io allora vivevo a Porto Empedocle, a pochi
chilometri dal capoluogo) tutti i numeri che venivano via via
editi e la lettura di quelle pagine mi provocava, ogni volta,
un’emozione fortissima, coinvolgente, assai difficile da
descrivere.
All’epoca, avevo pubblicato due poesie sul mensile «Mercurio»,
fondato e diretto a Roma dalla scrittrice Alba de Cespedes,
qualche racconto sui quotidiani «L’ora» di Palermo e sul
romano «L’Italia socialista» che dirigeva Aldo Garosci e
che aveva una bella terza pagina. In più, un altro mio
poemetto, Due voci per un addio, era stato appena
segnalato al Premio Libera Stampa di Lugano da una giuria che
comprendeva i nomi di Carlo Bo e Giansiro Ferrata. Conservo
ancora il foglietto che mi mandarono da Lugano: quei giurati
avevano la vista lunga perché tra i finalisti c’erano Pier
Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Davide Maria Turoldo, Danilo
Dolci, Maria Corti. Eravamo tutti molto giovani. Io non
conoscevo personalmente nessuno, stavo a Porto Empedocle e
mandavo le mie poesie come messaggi in bottiglia da un
sommergibile affondato. E ogni tanto qualcuno mi rispondeva e
pubblicava.
Con «Sud» la cosa però era un pochino diversa. Perché io
mi sentivo perfettamente in sintonia con i poeti di «Sud»
(Compagnone, Porzio, Scognamiglio, La Capria, mi pare Giglio)
e con la loro idea di poesia. Dunque, senza conoscere Prunas,
gli inviai il poemetto. Mi rispose a giro di posta,
scrivendomi che Tempo gli era molto piaciuto, tanto da
volergli dedicare addirittura la pagina centrale del numero in
preparazione.
Che non vide mai la luce. Con molta cortesia, la sorella di
Prunas, Renata, mi ha mandato la fotocopia del poemetto. Vedo
che nella prima pagina, in alto a sinistra, ci sono delle
indicazioni tipografiche per la stampa: segno che Prunas aveva
veramente sperato di pubblicarlo. I miei rapporti con Prunas
(che, ripeto, non ho mai conosciuto di persona) finirono lì.
Apprendo ora, con una certa commozione, che l’organigramma
redazionale di un ventilato nuovo «Sud» aveva compreso il
mio nome, come corrispondente dalla Sicilia. Per completezza
d’informazione, il poemetto venne integralmente pubblicato
nel n. 6 della rivista di poesia «Momenti» (giugno 1952).
Una disavventura assai simile mi capitò con «Il Politecnico»
di Vittorini. Anche a lui mandai alcune mie poesie. Mi rispose
che tre o quattro di esse le avrebbe pubblicate presto su «Il
Politecnico» in una sorta di antologia di poeti nuovi che
meditava di fare. Preso da incontenibile entusiasmo, mi recai
a Milano per conoscerlo. Mi presentai in redazione alla
mattina e appena seppe che arrivavo dalla Sicilia mi invitò a
pranzo.
Non mi lasciò più fin verso le cinque del pomeriggio.
Camminavamo per Milano, ma lui era con la testa in Sicilia e
continuamente mi chiedeva di paesi e città dell’Isola e
ogni tanto si perdeva dietro a un suo pensiero.
Insomma, viaggiai con lui, quel giorno per le «città del
mondo». Nel lasciarci, in redazione, mi rinnovò
l’intenzione di pubblicare alcune mie poesie. Poi mi chiese
se avevo letto l’articolo di Alicata apparso quel giorno su
«L’Unità» (o su «Rinascita»?) e alla mia risposta
negativa ne prese una copia e me la diede con un sorriso che
sul momento non decifrai.
Lo capii dopo aver letto l’articolo: era chiaramente il
principio della fine de «Il Politecnico». E capii anche
perché aveva voluto passare la giornata con me: lo aiutavo a
rifugiarsi per qualche ora, in vista dell’imminente
tempesta, nella mitica realtà della sua e mia terra.
Naturalmente «Il Politecnico» da lì a poco chiuse e le mie
poesie non vennero pubblicate.
In conclusione: avevo mandato un poemetto a «Sud» e «Sud»
non ce l’aveva fatta a sopravvivere. Avevo mandato delle
poesie a «Il Politecnico» e «Il Politecnico» aveva dovuto
chiudere. Da buon meridionale, a volte vengo pigliato da botte
di superstizione: vuoi vedere "mi chiesi" che le mie
poesie portano jella? Poi, fortunatamente, la mia supposizione
venne smentita da altri fatti. Ma collaboratore di «Sud»,
anche se il mio nome non è mai più apparso sulla rivista, lo
sono diventato, come dire, ad honorem. Al solito, avevo
mandato, nel 1949, delle poesie a Luigi Berti che dirigeva, a
Firenze, la prestigiosa rivista di letteratura «Inventario».
Berti mi rispose che ne avrebbe pubblicate due sul numero
d’autunno di quello stesso anno (era un trimestrale
corposo), all’interno di una "piccola antologia di
poeti nuovi".
E lo fece. E con mio grande stupore e piacere vidi che i nomi
degli altri quattro poeti che componevano l’antologia erano
quelli di Compagnone, Scognamiglio, Porzio e La Capria col suo
Cristo sepolto. Berti aveva con molta sensibilità capito
l’affinità elettiva che mi legava ai poeti di «Sud» e mi
aveva incluso nel gruppo.
Andrea Camilleri
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Mattino, 30.04.2004
Il
periodico «Sud» ad Aversa inseguendo cattivi maestri
È
dedicato ai cattivi maestri il secondo numero di
"Sud", periodico di cultura, arte e letteratura
pubblicato con cadenza trimestrale dalla Libreria
"Dante&Descartes" di Napoli. La rivista, nata
dalla collaborazione tra giovani napoletani e parigini, ospita
firme della letteratura internazionale, come Milan Kundera,
Erri De Luca, Andrea Camilleri e si avvale della direzione
editoriale di Eleonora Puntillo e di quella artistica di
Francesco Forlani.
[...]
Lorenzo Iuliano
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Mattino, 03.06.2004
Arte
multimediale a Metz
A tre napoletani il «Norapolis»
Felice
Piemontese
È
andato a tre artisti napoletani il premio finale di «Norapolis»,
festival internazionale dell¹arte multimediale che si
è svolto nei giorni scorsi a Metz, città francese
sulla Mosella, cui le convulsioni della storia (se la
sono contesa per secoli francesi e tedeschi) hanno dato
un gusto cosmopolita che la connota positivamente.
Un bel risultato per il capoluogo campano, patria non
certo da oggi di creativi che hanno un feeling
particolare con la capitale francese, non a caso patria
adottiva per alcuni di loro. Con un¹opera intitolata «Do
you remember revolution?» hanno vinto infatti i tre
componenti del collettivo FDC, e cioè Francesco Forlani,
scrittore e performer, animatore della rivista «Sud»,
Sergio Trapani, pittore e illustratore, Sacha Ricci,
musicista, fino a non molto tempo fa membro del gruppo
99 Posse. Tutti e tre napoletani, anche se residenti a
Parigi, da molti anni Forlani e Trapani, da poco Ricci.
Alla seconda edizione, «Norapolis» si è già
conquistato un posto di rilievo tra le manifestazioni
dedicate all¹arte multimediale, ormai numerose qua e là
per il mondo. L¹ha ideata e la dirige un altro
italiano, il musicista sardo Mario Salis, che a Metz
vive da venti anni, ma che ha conservato saldi legami,
almeno ideali, con la terra d¹origine. Si chiamava
Nora, infatti, una città sarda ricca di tesori d¹arte
che nell¹ottavo secolo avanti Cristo fu inghiottita
dalle acque del Mediterraneo.
Al Festival, di respiro internazionale, hanno
partecipato - con opere visuali di grande suggestione,
performances, installazioni multimediali e varie
diavolerie tecnologiche - artisti famosi come il cinese
Du Zhenjun, Pierre Bastien, Jacques Donguy, Christian
Globenski. Ancor più rilevante dunque il successo dei
tre artisti napoletani, che hanno presentato a Metz, in
prima assoluta, la loro «operetta».
Un lavoro nel quale il destino di due rivoluzionari come
Carlo Pisacane ed Ernesto Che Guevara - con
impressionanti punti di contatto, a cominciare dal fatto
che entrambi sono morti, alla stessa età, per mano
delle popolazioni che intendevano liberare - dà origine
a una serie di interrogativi tutti di straordinaria
attualità.
Ha un senso parlare ancora di rivoluzione? e di arte, di
fronte alle nuove tecnologie e nel mondo globalizzato
dello Spettacolo universale? I testi di Forlani - un
efficacissimo impasto di italiano, di francese e di
dialetto -, gli interventi video-pittorici di Trapani,
le musiche di Ricci - con l¹intervento delle
percussioni di Miguel Arcos e del sax di Raul Colossimo
- danno luogo a un¹opera di originale concezione e
soprattutto di grande efficacia, al punto da superare
facilmente anche la barriera linguistica (chi sa se a
Metz avevano mai sentito un testo in napoletano).
Un¹ultima annotazione: c¹è solo da sperare adesso che
l¹«operetta» possa essere vista e sentita anche in
Italia.
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Mattino, 21.01.2008
SUDate
carte. La
rivista di Prunas ha scelto Caserta
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L'Unità,
2005
Nuove
culture, tra riviste e ’clubbing’
di
Lello Voce
La questione
è di quelle nodali: risolvendola molte tessere andrebbero al
loro posto, l’orizzonte potrebbe forse delinearsi più chiaro
al nostro sguardo. Esistono davvero delle nuove culture
alternative e, se sì, quali sono le loro caratteristiche, i
luoghi del loro esplicarsi e diffondersi, i media maggiormente
coinvolti nella loro comunicazione? A guardarsi intorno si
rischia, però, di restare disorientati e non solo per la
quantità di esperienze eterogenee che si incontrano, ma anche
per l’estrema varietà di luoghi e stili coinvolti.
L’idea è stata allora quella di mettere a confronto due
vicende apparentemente lontanissime, quella di un music club
d’avanguardia come il Maffia di Reggio Emilia, da anni cuore
pulsante di molto di quello che in Italia accade a livello di
sperimentazioni musicali e clubbing, porta attraverso la quale
arriva da noi molto del meglio delle produzioni internazionali,
e una giovane rivista di cultura e letteratura, Sud, che nasce a
Napoli grazie al coraggio del piccolo editore Dante&Descartes,
quasi con prepotenza, proprio in un momento nel quale
sembrerebbe che spazio per esperienze del genere non ve ne sia
più e che comunque esse non potrebbero essere il luogo del
nuovo. Sud dimostra l’esatto contrario e riesce, quasi con
nonchalance, a riunire, intorno a un manipolo di giovani
redattori a cavallo tra Napoli e Parigi, nomi importanti (Kundera,
Altan, Camilleri, Ghirelli) e intellettuali emergenti, facendo
risorgere - quasi per miracolo - il dialogo nel cuore arido
dell’editoria letteraria italiana. Mettere insieme il
direttore di Sud, Francesco Forlani, e uno dei fondatori del
Maffia, Federico Amico, significa, insomma, farsi mallevadori
dell’incontro tra il dinosauro e il digitale, tra l’Emilia
agiata, ex-comunista, e la Napoli ex-monarchica e profondamente
povera. Proprio per questo, però, incrociare i loro sguardi e
le loro letture del mondo può essere prezioso nel disegnare la
carta delle terre e dei mari delle nuove culture alternative,
cancellando, almeno in parte, l’hic sunt leones…
A partire dal cuore del problema: credete che sia possibile,
oggi, parlare di nuove culture alternative e, se sì, quali sono
le loro caratteristiche? «Penso, piuttosto, sia più corretto
parlare di molte culture differenziate - sostiene Federico Amico
- tra queste quella che maggiormente ci affascina è quella
legata a un immaginario elettronico metropolitano, capace di
tenere assieme molti aspetti che vanno dalla multicultura, alla
produzione tecnologica, alla facoltà di accesso a sistemi
espressivi fino a ieri non così disponibili ai più. Più che
di culture alternative è il caso di parlare di culture aperte
alle urgenze di chi vuole animare culturalmente la propria
comunità.» Anche per Forlani è decisiva la questione
dell’accesso e la diffusione reticolare, rizomatica di queste
nuove esperienze: « Qualche anno fa su Nova magazine uscì un
numero speciale sull’underground. Nell’intervista che mi
fecero parlai dell’open source. Underground è questa idea di
un patrimonio comune a cui tutti possono attingere, e che si
arricchisce degli interventi di ciascuno. Come per Linux, di
Torwald. Quelle sono partite che si possono vincere, a tavolino.
Sono i caffè letterari di quartiere, i gruppi che spaziano da
territorio a mondo. Altro che i festival di letteratura!
Movimenti vitalistici e spontanei, come lo slam alle origini.
Oralità. Il problema oggi è che non esiste, non è visibile,
il nemico, un sistema che sia estetico, o ideologico, rispetto a
cui essere alternativi. Perché si è sempre alternativi a
qualcosa. Anch’io vorrei far parte degli alter-mondialisti ,
quelli che dicono "un altro mondo è possibile". Il
punto è che magari esistesse un mondo! Il mio slogan sarebbe
"un mondo è possibile", anzi direi di più,
necessario».
Quanto può essere importante in un quadro del genere, il
problema del rifiuto del copyright, o comunque di una sua
differente modulazione? « I dibattiti su copyleft, common
creatives, etc., ci affascinano molto - sottolinea Amico -
crediamo che quella effettivamente sia la direzione in cui si
debba procedere. Amo il motto dei bolognesi Wu Ming: "Omnia
sunt communia", da applicarsi certamente sul piano
letterario, ma soprattutto, attingendo a mille e più
campionature, alla musica elettronica. E’ evidente che nel
tentativo di costruire anche una possibile comunità, il
favorire la libera circolazione dei prodotti intellettuali è un
punto centrale». « Bisogna incoraggiare la circolazione delle
idee - rilancia Forlani da Parigi, dove vive - pubblicare pezzi
da rivista a rivista, creare ponti». Ma la situazione in
Francia, gli chiedo allora, com’è? Procediamo appaiati, o
siamo piuttosto dispersi lungo cammini differenti? Insomma:
esiste una ’globalizzazione’ delle nuove culture
alternative, o sono piuttosto una costellazione di soggettività
ed utopie, differenziate anche geograficamente? « In Italia
c’è una coscienza maggiore delle cose, un’intellettualità
diffusa, direbbe Negri, impressionante. Ma nello stesso tempo si
lavora in nicchie. Lo chiamo nicchilismo, così, con due c.
Pensa ad un sito come Carmilla. Geniale! In Francia te lo sogni.
Solo che in Italia resta per gli addetti ai lavori. Sono energie
da prima serata, come lo fu la Rai di Guglielmi. Ma Parigi
(sospiro!). E anche Londra. Sono città che presentano delle
opportunità straordinarie, incontri inattesi che possono
cambiarti anche la vita. C’è meno "prise de tête",
più ascolto ed un’offerta culturale autentica. Perfino le
cose italiane che vengono qui sono più interessanti. Penso a un
film come "Respiro" o a certi musicisti come Raoul
Colosimo e Sacha Riccio. Per non parlare della pittura o delle
arti multimediali.»
E voi, che dal Maffia guardate a ciò che avviene nel mondo
dell’elettronica, c’è qualcosa di davvero nuovo nelle
sperimentazioni che si producono, o siamo piuttosto in un
momento di passaggio, se non di stanca? « Non ci sembra che il
nuovo sia alla porta, negli anni passati c’è stata una specie
di sbornia della novità. Crediamo invece che, grazie alle
strumentazioni tecnologiche oggi diventate di uso davvero
quotidiano, e non più magico o sciamanico, si stia
approfondendo la ricerca delle modalità espressive. Dopo esser
stati entusiasti del giochino nuovo, stiamo finalmente vedendo
nella loro interezza le infinite possibilità che abbiamo
davanti, senza però farci macchinolatri». La strada, mi sembra
di capire, passa comunque dal cross-over tra varie discipline,
arti e culture diverse… «Certamente. Credo che oggi i segnali
culturali siano trasmessi contemporaneamente su più piani,
agire in quell’ambito, ovvero mettendo assieme molte lingue e
molte espressioni, è un ottimo modo di rappresentare il mondo
in cui viviamo. Una specie di stereoscopia sensoriale attraverso
cui portare in emersione sia la cacofonia che il senso.»
Vorrei tornare alla vostra specifica esperienza di produttori di
cultura, e chiedere a Forlani: fondare una rivista di cultura
oggi può sembrare una scommessa azzardata, sia perché il
nostro non sembra più un tempo di dibattito culturale, sia
perché si tratta di un prodotto cartaceo, in un’era digitale.
Qual è il senso del progetto Sud, quali i suoi obiettivi, come
è riuscito a sedimentare attorno a sé tanti prestigiosi
collaboratori ? « Della metafora della scommessa manterrei
quella sua dimensione del gioco. Le scommesse si vincono o si
perdono, al gioco no, si gioca e basta. In fondo Sud, rivista
che ho avuto l’onore e la fortuna di immaginare, e cioè di
riprendere dalla sua storia originaria voluta e realizzata da
Pasquale Prunas nel dopoguerra, è il nome, ma soprattutto il
progetto, attorno al quale una serie di gruppi, autori, tendenze
più o meno sperimentali, si raccoglie ora. Ieri quel progetto
si chiamava Paso Doble, Atelier du Roman, a Parigi, Baldus e
Akusma in Italia. Le riviste si fanno a carte scoperte. Il mio
sogno è che sorga in quel di Milano un nuovo Politecnico, sulla
falsa riga della grande rivista di Vittorini. Bisogna misurarsi
con quella generazione. In Sud ci sono persone come Milan
Kundera, Antonio Ghirelli, o lo stesso Camilleri che vengono da
lì. Che a questi si possano accompagnare un giovane filosofo
come Mario Bernardi, o Francesca Spinelli, traduttrice, che
hanno poco più che vent’anni, mi sembra importante.
Sperimentare è anche questo: mettere le carte sul tavolo.» Sud
nasce a Napoli, è Napoli. Quanto di nuovo e resistente cresce e
si muove in una città in Guerra Camorristica Permanente? « Su
questo numero abbiamo pubblicato un pezzo di Roberto Saviano
sugli stipendi degli affiliati alla camorra, che è un vero
capolavoro. Non ci sono mediazioni possibili. Quelli sono
assassini e basta. E le signore con le panze che difendono gli
assassini mi fanno schifo. Preferisco quell’altra immagine di
popolo offerta dalle mamme coraggio. Eroine contro l’eroina,
vestite a lutto e forti come le mamme cilene o argentine dei
desaparecidos. Certi aspetti del popolo del sud sono odiosi,
almeno quanto quelli della borghesia che a Napoli dorme, e male.
Una bella risposta letteraria è in questa corrente che
rappresentano autori come Franchini o Montesano. Il nostro
caporedattore Giampaolo Graziano è di Aversa . Secondo me le
cose più interessanti a Napoli nascono in provincia. Dove
l’emergenza è nel territorio, ne fa parte».
Anche il Maffia è un posto dove si mettono molte carte scoperte
sul tavolo: è un club, non una discoteca e tra disco e club
c’è una distanza oceanica, quella che separa la disgregazione
dalla ri-aggregazione sociale. Quanto è possibile oggi
conciliare intrattenimento e sperimentazione artistica e
culturale? « Come si diceva all’inizio, crediamo che
l’azione culturale debba tenere conto delle urgenze poste
dalla comunità in cui si svolge. Il club, in questo senso, ci
è da sempre sembrato un’ottima risposta perché queste
urgenze potessero trovare spazio, anche in senso democratico.
Anche nel terzo numero di Clubspotting, la pubblicazione che
dedichiamo periodicamente all’approfondimento di queste
tematiche e che sta per essere editato, l’idea è di
sottolineare come dal club si siano effettivamente messe in atto
pratiche di creazione culturale che travalicano i confini fisici
del luogo stesso, soprattutto grazie alla volontà di mettersi
in gioco collettivamente attraverso l’interazione di
differenti strumenti, ognuno dei quali richiede competenze
specifiche. Il principio continua a essere quello dell’ibrido,
del contaminato, lontano dal compartimento stagno della stretta
disciplina, intersecantesi con l’altro da sé, nella
convinzione che quella sia tra le migliori modalità di
rappresentare il contemporaneo. L’aspetto musicale continua ad
essere il motore principale attorno al quale far confluire
attenzione, ma questo, oltre ad essere un pretesto molte volte,
insiste su differenti esperienze che non hanno chiaramente la
medesima storia. Non si tratta quindi di far convivere
semplicemente i vari differenti aspetti, ma richiamare alla
contaminazione, all’ibridazione tutti i partecipanti, attori o
pubblico che siano, e conseguentemente ricostituire attorno a
degli oggetti passionali (musica, arte, fotografia, testo) un
nuova comunità, una nuova aggregazione fuori dal proprio
appartamento, dalla propria casetta, lontano dal piccolo
schermo, dialogante e propositiva.»
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Quintetto
di Louis Sclavis parteciperà a numerosi appuntamenti e
festival: da Reggio Emilia a Napoli.
Il
Quintetto di Louis Sclavis parteciperà, con il progetto
Napoli's Walls (ECM 1857), al Festival REC di Reggio Emilia il
28 ottobre, presso Teatro Ariosto alle ore 21. Dopo la calorosa
accoglienza al Festival Una striscia di terra feconda a Roma e a
quello di Clusone negli scorsi mesi, la malinconica follia che
contraddistingue questa esperienza verrà sprigionata in scena
ancora una volta e in un'occasione di assoluto prestigio. Il
Quintetto formato da Louis Sclavis, Mederic Collignon, Hasse
Poulsen,Vincent Courtois sarà protagonista anche della
presentazione ufficiale del disco ECM la sera dell'11 dicembre,
a Napoli, alla Salle Dumas dell'Istituto Culturale Francese in
Via Francesco Crispi, 86. L’evento avverrà anche grazie alla
collaborazione di ECM Records e di Ducale snc, distributrice
esclusiva del marchio in Italia. La particolarità di questo
incontro è costituita dalla presenza di Ernest Pignon Ernest,
dell'artista sul cui lavoro prende origine l'operazione
musicale, come testimoniato dalle diverse fotografie pubblicate
nel libretto accluso al disco. Nel contempo saranno esposti gli
affreschi fotografici originali di Alan Volut, vere e proprie
rivisitazioni delle pitture di Ernest Pignon Ernest sui muri di
Napoli. E’ inoltre curioso ed utile passare in rassegna le
dediche che compaiono in relazione ai 10 brani del disco: Ernest
Pignon Ernest, bambini, Gesualdo, Erri de Luca, Daniel Mermet,
Antonietta, Enzo Tedesco, Vesuvio.
Dice Sclavis a proposito di quest’opera spiega che “Il
lavoro di Ernest Pignon Ernest a Napoli è come un libretto
d’opera. Ci si trova l’emozione, il dramma, le dinamiche
necessarie per la musica. Lasciandomi trascinare dalle sue
immagini e ascoltando il respiro dei muri, ho voluto parlare di
Napoli senza realismo né folklore, ma come di una città
fittizia. Giochiamo attraverso passato e presente assai
mescolati e stratificati, con rumori, parole, esclamazioni.
Giochiamo tra mare e vulcano, entrambi invisibili, entrambi li
respiriamo”.
Il 12 dicembre, infine, presso l'istituto francese di Napoli, le
Grenoble, verrà presentato il numero uno della rivista
letteraria Sud pubblicata dalle edizioni Dante e Descartes. Il
numero, dedicato al tema del risentimento,"fuoco
amico" suggerito da Antonio Ghirelli e in uscita a fine
ottobre, ha visto la partecipazione di intellettuali, scrittori,
spesso sospesi tra più terre, identità, linguaggi creando
l'occasione di un vero incontro. Ci saranno tra gli altri lo
scrittore algerino Yasmina Khadra, François Taillandier,
Beatrice Commengé, Louise Bourgeois, Petr Kral, Lakis Proguidis,
il collettivo bolognese Wu-ming, gli inediti di Cornelius
Castoriadis e Jan Patoçka, gli italiani Erri de Luca e Andrea
Camilleri, Paolo Trama, Raimondo di Maio i critici Silvio
Perrella e Massimo Rizzante, Nora Puntillo e Felice Piemontese
senza dimenticare le pagine curate da Peppino Catenacci e
dedicate alla Scuola Militare Nunziatella, da dove, si ricorderà,
la prima edizione di Sud aveva preso le mosse La serata del
dodici dicembre articolata intorno ad azioni poetiche, lectures
et performances, vedrà la partecipazione di Biagio Cepollaro,
Mariano Baino, Giuliano mesa, Francesco Forlani, Michele
Sovente, e sarà accompagnata in un'occasione veramente speciale
dai musicisti Louis Sclavis (clarinetto) e Franck Lasalle
(fisarmonica).
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Air
France Magazine,
29.01.2007
Promenade
dans Naples
Naples,
un retour
Philippe
di Folco
«
DES CLICHES, rien que des clichés ! » s’écrit de
sa voix haut perchée Rosa Jervolino, élue maire de Naples en
mai 2000, plutôt centre gauche. « Une ville poubelle,
ville chaos, ville violente : tout ça c’est fini ! ».
Cette ville véhicule trop de lieux communs : « Pas
de disneylandisation de la cité antique prévue à l’horizon »
rassure Bruno, professeur d’histoire de la ville, la
cinquantaine, catogan et lunettes noires et qui nous guide dans
cette « nouvelle Naples » mais « pas de
chantiers, de bruits et de balais de grues non plus ». A
l’aube du XXIe siècle, une femme, fait unique en Italie du
sud, a donc pris les commandes. Le programme urbanistique semble
démesuré tant la tâche est grande : une première ligne
de métro, des espaces verts, la circulation fluidifiée, le
port qui arrivait au cœur de la ville mué en passagietta
prolongeant la via Caracciolo à la manière de Rio, enfin un
centre universitaire gigantesque et une cité des sciences…
Sept ans de travaux à venir : la voix sucrée de la Mamma
Jervolino a séduit tous les cœurs des napolitains fiers de
leur ville : « Je compte bien profiter de ce capital
sympathie pour effacer les erreurs environnementales de mes prédécesseurs ».
La construction des tours du Centro Directionale, façon La Défense,
que l’on aperçoit des hauteurs de Capodimonte, est gelée, le
complexe pétro-chimique de la partie orientale de la baie qui
enveloppe la base du Vésuve d’une écharpe jaune, va migrer.
Les experts américains en sismologie prévoient une explosion
de celui-ci vers 2020 ? « Et alors ? », répond,
rassurante, la jolie Anna, avocate de trente ans, représentante
de cette nouvelle génération de napolitaines, libres et
entreprenantes : « Les napolitains font deux chosent
le matin en ce levant et ce depuis des millénaires :
ouvrir la fenêtre pour saluer le volcan en vérifiant qu’il
ne fume pas et puis ils vont se laver les mains. Car si l’eau
coule, c’est que la vie peut continuer… »
L’eau
possède un caractère sacré à Naples plus qu’ailleurs :
autrefois elle était stockée dans un immense réseau de
citernes souterraines creusé par les grecs dans le tuffe qui
servit à construire la ville puis jalousement entretenu par une
lignée de puisatiers érotomanes « qui allaient engrosser
les nonnes en les coinçant dans la cave de leur couvent ».
Ainsi parle Enzo, le jeune docteur en spéléologie, un brin
farceur, qui a pris à la tête d’une association privée
« Napoli Sotteranea », le relais d’une tutelle débordée.
Armé d’une bougie, il nous ouvre ses cavernes-cathédrales où
glougloute l’eau dans des aqueducs façon cinecitta et qui
s’enfoncent à quarante mètres sous le Centro Antico près
des escaliers de Pizzofalcone, des cavités devenues décharge
publique. « Les autorités municipales voulurent s’en
servir comme parc d’attraction avec petits bateaux ! »
s’exclame Enzo indigné. ''
''
Naples
accouche depuis quelques années d’un tissu de communautés
soucieuses de « maintenir la tradition dans la modernité ».
On retrouve ce même soucis quand on discute avec « Pepe »
Magdaloni président de l’association des boulangers de
tradition. Ici cuit à la façon de nos ancêtres le pain
« caffone » (le pain paysan) dans des fours ultra
modernes alimentés aux écorces de fruits secs par un « canon
projecteur ». L’économie de la saveur semble en jeu,
face à ces résistants du goût, de la lenteur (dix heures pour
que lève la pâte !) : « La législation européenne
doit délivrer sous peu le certificat AOC qui permettrait à
notre profession d’échapper à la panification industrielle
standardisée et maintenir des coûts abordables »
commente Luigi Marfella, qui possède des fournils sur la
colline Chiaiano. Ici, le dimanche, toutes les familles de
Naples font la queue pour de chauds émois : tarallo,
rustica, cazadirlo et mozzarella filée gorgée de lait abondent,
le bien mangé constituant un sacerdoce après une histoire
locale parsemée de disette et de privations.
Quand
le soir tombe sur la Naples nouvelle, rien ne bouge avant le
jeudi soir. Dans la Caffetiera de la piazza dei Martiri, Paolo,
le capo des cocktails qui opère dès 19h lance en un français
parfait : « Alors il faut que vous le sachiez, je
fait les meilleurs negroni de la planète ! ».
Vincenzo, un jeune artisan qui habite le vieux quartier espagnol
au delà de la via Toledo, le confirme et invite à regarder la
comédie unique qui se joue ici tous les soirs, mêlant riches
et pauvres, fourrures et bleus des dockers, étudiants en
philosophie et filles des banquiers de la via Chiaia, le
Faubourg Saint-Honoré napolitain qui dès la tombée du jour révèle
clubs et restaurants ultra branchés. « Naples est une
ville où il existe encore des classes sociales, où la classe
populaire vit encore dans le centre historique, chose inouïe à
Milan ou même à Paris » commente Vincenzo avant de
rejoindre son atelier où il fabrique des objets en cuir pour
Prada…
''
Lorsque
la nuit tombe sur piazza Dante, le McDo se fait discret :
de son socle immaculé, l’auteur de la Divine Comédie
surveille l’entrée du nouveau métro signée Gae Aulenti, le
Starck italien. Derrière, à l’intérieur de la colonnade qui
ceinture la piazza se cache le secret bed & breakfast
Portalba 33, tenu par deux jeunes femmes typiques de cette
« movida » napolitaine : inventives et
dynamiques, Francesca et Gabriella ont transformé cet ancien
repère de sorcière en quatre chambres mêlant de façon
incongrue pop art, néo 70’s et baroque ethnique-indien. On y
trouve même une grande baignoire à même le lit. « Autrefois
on avait pas l’eau courante à Naples, maintenant on en
profite, on en met partout… », taquine Francesca avant
de boire son douzième caffé de la journée. C’est qu’il en
faut de l’énergie pour vivre ici tant les voitures
foncent à belle allure dans des rues étroitissimes. « L’œil
du napolitain est plus aiguisé qu’une lame de couteau »
nous dit Bruno, propos qui semble faire écho à ceux de l’écrivain
Erri de Luca, maintenant installé à Rome : « En
italien il existe deux mots, sommeil et songe, là où le
napolitain n’en a qu’un seul, « suonno ». Pour
nous, c’est la même chose. » Autant de caffé pour
sortir d’une torpeur, mais laquelle ? « Ici, il
arrive des choses qui font passer celui qui les raconte pour un
idiot, et pourtant elles arrivent vraiment. Cette ville est tout
un secret. » dit De Luca. Encore un secret absent de tous
les guides, un portiere me montre au n° 66 de la via Monte di
Dio, un jardin tropical créé dans la cour du palazzo Caraffa
di Noia qui abrite tout au fond une villa, construite par l’aristocrate
autrichien Werner : à gauche, un belvédère, un
parapet. Une jetée. Au delà, le golfe, tous les quartiers mêlés
desquels montent les parfums et la musique d’une Naples qui
semble réconciliée avec elle-même. Le temps semble s’arrêter
dans ce quartier miraculeusement préservé, autour la piazza
Santa Maria dei Angeli a Pizzofalcone : en descendant la
via Monte di Dio ce ne sont que commerces de bouches, anciens
ateliers, vendeurs de photographies d’époques et restaurants
d’habitués. Cette colline merveilleuse est dominée par l’école
militaire la plus ancienne du monde, la Nunziatella dont la
devise est « Préparer la vie et les armes » où
l’on peut encore croiser les cadets en tenue d’apparat, de
drap noir et fileté de rouge avec boutons d’or. Le
sous-commandant Visconti n’en revient pas, lui qui « reçoit
en moyenne dix mille demandes d’inscriptions pour trois mille
places ». Ici en 1947, le fils du commandant, Pascuale
Prunas a fondé la revue Sud avec Rafaele La Capria, Anna Maria
Ortese, Francesco Rosi et Patroni Griffi et qui renaît 50 ans
après grâce à Felice Piemontese, Nora Puntilo, Francesco
Forlani et l’association des anciens élèves.
''
Mais
les autres jeunes napolitains, que deviennent-ils ?
Choisissent-ils de partir sur les chemins de l’émigration
comme tant de leurs ancêtres ? de continuer à vivre de
l’artisanat ? Trois réponses illustrent un devenir
possible d’une jeunesse plus vibrante ici qu’ailleurs. D’abord
les Campi flegrei, une sorte d’anti Pompeï autrefois loué
par Goethe, Stendhal, Lamartine : ici un ancien cratère
d’où perce encore des fumeroles souffrées, là une gare fin
XIXe, des cafés rétro, des thermes antiques rénovés, les
Champs Phlégréens appellent aujourd’hui ce rééquilibrage
du grand Naples antique et muséal vers le nord. Les jeunes
Napolitains choisissent d’aller là le week-end et pas
ailleurs. Les Deejays du monde entier arrivent ici en masse dans
les nombreuses discothèques de Puzzuoli toute proche. «Parce
qu’on y respire, la place y est pas chère » commente
Giuseppe, 24 ans, membre de Men at Work, association locale de
Deejay mondialement connue. ''
''
Au
large, une autre échappée possible, l’île de Procida, mystérieusement
préservée, loin des flots de visiteurs qui auront préféré
Ischia. Voici un petit paradis long de 4 km à explorer à pieds,
où se réfugia Elsa Morante, celui de Domenico, 30 ans, un
jeune îlien décidé à rester : « Je m’occupe des
locations de villas et d’appartements dans l’île, les
demandes commencent à affluer, des écrivains, des chercheurs :
calme et confort garantis au milieu des pécheurs, tout ça sans
frime. » ''
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Autre
image d’un devenir, le parc de Bagnoli et la Cité des
Sciences : Anne-Marie, française installée ici depuis dix
ans, forte de son expérience acquise à La Villette, nous ouvre
les portes de la toute nouvelle cité située au delà du
Posillipe, où elle s’occupe de développement. Ici, dans les
années 1950-70, aux pieds des tombeaux de Virgile et de
Leopardi, s’érigeait l’un des plus gros complexes sidérurgiques
polluants d’Europe. « Après la crise des années 80, le
chômage en masse, Bagnoli, revit grâce au programme de
reconversion de son patrimoine industrielle » explique
Anne-Marie. Elle nous ouvre aussi les locaux de la pépinière
d’entreprises high-tech et du centre de congrès international.
« Ici, la troupe de Peter Brook joua récemment »
ajoute fièrement Barbara, co-directrice de la Cité, aux faux
airs de Valeria Bruni-Tedeschi. Et autour ? Barbara
nous charge de le demander à Rosa Jervolino. « Bientôt
un espace dédié aux sports nautiques et des hôtels
touristiques seront construits au milieu d’un vaste parc vert »
affirme la mairesse. Il semble certain en tous cas, que
Naples veuillent à tous prix effacer ces fameux clichés qui
encombrent encore la mémoire de certains de ces thuriféraires,
à coup d’oxygène et d’espaces verts, ce qui au sein de
l’Europe nouvelle, rassure.
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